La perdita di un animale domestico

Affrontare la perdita di un animale domestico è un’esperienza profondamente toccante, un passaggio emotivo che lascia un’impronta indelebile nell’anima. Quando un compagno a quattro zampe se ne va, non perdiamo solo un animale, ma un confidente silenzioso, un rifugio emotivo, una presenza costante che ha scandito il ritmo delle nostre giornate con affetto e dedizione incondizionata. Il legame che si crea con un animale è fatto di momenti semplici ma straordinari: lo sguardo complice, l’entusiasmo nell’attesa di una carezza, il conforto muto nei momenti difficili.

La loro partenza segna un’assenza che si fa sentire ovunque: nel silenzio improvviso della casa, nell’abitudine di aspettarsi una coda scodinzolante dietro la porta, nel vuoto lasciato da una routine costruita insieme. È un lutto autentico, eppure troppo spesso sottovalutato dalla società, che tende a minimizzare la profondità di questo dolore. Invece, per chi ha condiviso la propria vita con un animale, la perdita può essere devastante, simile a quella di un familiare. Non si tratta solo di una compagnia, ma di un amore puro, privo di filtri, che ha arricchito la nostra esistenza in modi che solo chi lo ha vissuto può comprendere.

Il dolore del distacco si manifesta in forme diverse: c’è chi si trova a fare i conti con il senso di colpa, chiedendosi se avrebbe potuto fare di più, e chi sperimenta una sensazione di solitudine profonda, perché quell’amico silenzioso che c’era sempre, ora non c’è più. A volte, il lutto per un animale è accompagnato da sintomi fisici come stanchezza, insonnia, perdita di appetito. Si tratta di una reazione naturale: quando perdiamo qualcuno che amiamo, il nostro equilibrio emotivo e fisico viene scosso.

Oltre all’aspetto emotivo, la perdita di un animale porta con sé implicazioni pratiche ed economiche che spesso vengono trascurate fino all’ultimo momento. Le cure veterinarie nelle fasi finali della vita possono essere particolarmente costose, soprattutto se si opta per trattamenti palliativi o cure intensive. Anche il momento dell’addio comporta delle scelte: esistono diverse opzioni per la cremazione, che può essere individuale o collettiva, e per la sepoltura in appositi cimiteri per animali. Alcuni preferiscono mantenere con sé un ricordo tangibile, attraverso urne commemorative, gioielli contenenti una piccola parte delle ceneri o addirittura la piantumazione di un albero in loro memoria.

Negli ultimi anni sono nate numerose agenzie specializzate che offrono servizi di commemorazione e gestione della perdita, supportando i proprietari in un momento così delicato. Alcune realizzano rituali di addio personalizzati, altre offrono spazi dedicati dove poter visitare il proprio animale, mantenendo un legame tangibile con il suo ricordo. Questi servizi non solo aiutano a dare dignità al passaggio dell’animale, ma forniscono anche un aiuto psicologico per chi rimane, facilitando il percorso di elaborazione del lutto.

Come si affronta, dunque, un dolore così profondo? Non esiste una risposta universale, ma alcuni gesti possono aiutare a trasformare il senso di perdita in un omaggio all’amore condiviso. Creare un album di foto o un diario con i ricordi più belli, scrivere una lettera al proprio animale esprimendo gratitudine per il tempo passato insieme, o dedicare uno spazio speciale della casa ai suoi oggetti più cari sono modi per mantenere vivo quel legame. Alcuni trovano conforto nell’aiutare altri animali in difficoltà, facendo volontariato in rifugi o adottando un nuovo compagno quando si sentono pronti. Non per sostituire chi non c’è più, ma per dare nuova vita a quell’amore che continua a esistere dentro di noi.

Affrontare il lutto per un animale non significa dimenticare, ma imparare a custodire i ricordi senza che il dolore li offuschi. Ogni lacrima versata è il riflesso di un amore profondo, di una connessione speciale che nemmeno la morte può cancellare. Invece di concentrarci sulla perdita, possiamo scegliere di ricordare con gratitudine ciò che il nostro animale ci ha donato: la sua lealtà, la sua gioia di vivere, il suo affetto sincero. Perché alla fine, l’amore che abbiamo ricevuto e dato resta la cosa più importante e continuerà a vivere dentro di noi, per sempre.

La veglia funebre. Origini e tradizioni italiane.

La veglia funebre è un momento di condivisione e raccoglimento attorno alla persona defunta. È sicuramente considerato un momento molto delicato e carico di dolore per la famiglia, ma in questi casi, presentarsi è il miglior modo per dare conforto o riceverlo.

Potrebbe essere visto come un ultimo saluto, con il coraggio di portare a galla e rivivere tutti i momenti positivi ma anche negativi passati con quella persona.

È un momento che precede la tumulazione del defunto, in cui ci si riunisce per salutare per l’ultima volta quella persona che si ha tanto amato, prima che venga ufficialmente sepolta.

Le origini della Veglia funebre e il suo significato

Questa tradizione risiede le sue radici in origini molto antiche, ancor prima dell’arrivo della religione. Il motivo principale è perché l’uomo ha sempre sentito il bisogno di accompagnare il defunto verso il suo viaggio, oltre l’aldilà.

Infatti, nonostante sia sempre stato caratteristico notare usanze diverse tra i vari popoli, è ancor più notevole osservare come, oggigiorno, queste tradizioni permangono e mantengono una certa importanza tra le famiglie italiane.

Sebbene sia ormai sempre più comune affidarsi ad un’agenzia funebre che mette a disposizione la camera ardente per l’esposizione e l’ultimo saluto al corpo del defunto, è bene ricordare che prima questa pratica veniva svolta all’interno delle abitazioni.

In Calabria, per esempio, i parenti possono vegliare il corpo del defunto solo durante il giorno perché, con l’arrivo della notte, il posto viene ceduto agli amici che devono essere uomini.

Oppure, in Sardegna le donne siedono attorno al defunto con le mani al petto, gli amici e i parenti vegliano il defunto durante il giorno, mentre la notte è consentito solo agli uomini.

Sono tradizioni che persistono negli anni e che risiedono in origini di un tempo ormai remoto e, potremmo dire, cozzano con quello che pensa attualmente la nostra società. Ma, nonostante ciò, questo ci fa comprendere profondamente quanto sia importante per l’uomo accompagnare il defunto fino all’ultimo, a voler così dimostrare la sua vicinanza.

Veglia funebre in casa

Come abbiamo già anticipato, portando alla luce esempi di tradizioni meridionali, la veglia funebre è un’usanza antica che, con i giorni odierni, sta scomparendo.

I parenti del defunto preferiscono far gestire la situazione ad agenzie funebri che, con la massima professionalità e rispetto, mettono a disposizione delle camere ardenti per far sì che avvenga l’ultimo saluto.

Tuttavia, organizzarla in casa e se fatta bene, risulta essere l’opzione più gradevole e opportuna, perché si viene a creare un’atmosfera più intima e concede anche tempi più lunghi per salutare la persona amata.

I fiori ricoprono un ruolo fondamentale perché rimandano ad un’atmosfera più gradevole e rispecchiano la bellezza di un’anima che ormai non c’è più.

In conclusione, la veglia funebre rappresenta, come abbiamo visto, una chiave della tradizione, un ponte che collega il passato con il presente, ma rappresenta anche un’ultima connessione che si cerca per salutare e per mostrare la propria vicinanza verso la persona che tanto abbiamo amato e che ormai non c’è più. Si tratta di un momento importante e delicato, per tutta la famiglia.

Veglia funebre.

Video generato con Kling AI, musica by Pixabay free royality

Ai resurection: far rivivere le  foto dei defunti.

Con l utilizzo dell’ intelligenza artificiale è possibile ormai da tempo far “vivere” foto . Grazie all’ utilizzo di chatBot e informazioni inseriti dai parenti sarà possibile ricreare conversazioni, chat con persone ormai defunte. Un nuovo bussiness di proposta nel futuro del comparto funebre? Quindi non solo svolgere le attività delle onoranze ma integrare se i dolenti lo vogliono nuove possibilità di ricordare il proprio caro, infatti gli avatar dei morti sono essenzialmente deepfake: le tecnologie utilizzate per replicare una persona vivente e una persona morta non sono intrinsecamente diverse. I modelli di diffusione generano un avatar realistico che può muoversi e parlare. È possibile allegare modelli linguistici di grandi dimensioni per generare conversazioni. Quanti più dati questi modelli inseriscono sulla vita di qualcuno, comprese foto, video, registrazioni audio e testi, tanto più fedelmente il risultato imiterà quella persona, viva o morta.

La Cina si è rivelata un mercato maturo per tutti i tipi di duplicati digitali. Ad esempio, il Paese ha un solido settore dell’e-commerce e i marchi di consumo assumono molti livestreamer per vendere prodotti. Inizialmente, si trattava di persone reali, ma come riportato dal MIT Technology Review lo scorso autunno, molti marchi stanno passando a influencer clonati dall’intelligenza artificiale in grado di trasmettere in streaming 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Solo negli ultimi tre anni, il settore cinese che sviluppa avatar IA è maturato rapidamente, afferma Shen Yang, professore di intelligenza artificiale e media all’Università Tsinghua di Pechino, e le repliche sono migliorate, passando da video renderizzati di minuti ad avatar 3D “live” che può interagire con le persone.

Quest’anno, afferma Sima, ha visto un punto di svolta, con la clonazione dell’IA diventata accessibile per la maggior parte delle persone. “L’anno scorso costava dai 2.000 ai 3.000 dollari, ma ora costa solo poche centinaia di dollari”, dice. Ciò è dovuto alla guerra dei prezzi tra le società cinesi di intelligenza artificiale, che stanno lottando per soddisfare la crescente domanda di avatar digitali in altri settori come lo streaming.

In effetti, la domanda di applicazioni che ricreano i morti ha anche potenziato le capacità degli strumenti che replicano digitalmente i vivi.

Silicon Intelligence offre entrambi i servizi. Vedremo nei prossimi anni se anche l’Italia si avvicinerà a questa nuova proposta artificiale.

L’infinito mondo del AI potrebbe avere risvolti anche nel comparto funebre, sperando che non decada in una triste ridondanza di un lutto continuo e mai  superato, grazie ad un uso artificiale e artificioso con la rappresentazione di un nostro caro.

Recensione del film Resurrection.

La seconda regia di Andrew Semans, seguente Nancy, please (2012), è un thriller psicologico dai risvolti surreali, per via di un finale che parte – in maniera piacevole e sorprendente – davvero per la tangente. Il tema, compresa una conclusione apparentemente fuori logica, è simile a quello di Men (Alex Garland, 2022), ossia propone una protagonista (la strepitosa Rebecca Hall, anche coinvolta come produttrice) allergica agli uomini che la circondano. In questo caso, a differenza del film di Garland, a ben vedere data la burrascosa relazione avuta da ragazza con un pazzo (che ha il volto dell’altrettanto memorabile Tim Roth). Resurrection procede senza sosta in un percorso al limite della ragione, con il graduale sconfinamento, da parte di Margaret, verso uno stato psicologico alienante. Ma è anche un percorso di rivalsa e di riscatto, un’emancipazione, violenta e viscerale, pagata a caro prezzo, dovuta nei confronti di una donna che è anche, e soprattutto, una madre. La storia in sé non presenta motivi di particolare rilievo, se si esclude il finale imprevedibile, ma è la cura della confezione a rendere eccezionale il film. Dalla scelta di utilizzare gradazioni cromatiche fredde (azzurro, verde e grigio), da parte dell’ottimo direttore della fotografia (Wyatt Garfield), all’uso di una colonna sonora immersiva, frutto del talentuoso Jim Williams, passando per uno stile di ripresa che predilige eleganti piani sequenza e fluidi carrelli.

La telecamera segue, senza mai abbandonarla, Rebecca Hall, attrice che trasmette, a pelle, la sensazione trainante ed involutiva di un montante disagio esistenziale. La vediamo correre, agitarsi, piangere disperata, avvinta, sconvolta, spaurita, ma pur sempre determinata nel tentativo di raggiungere l’obiettivo (salvaguardare l’incolumità della figlia). Resurrection è dunque, visivamente, un gioiellino. Un amaro ritratto, work in progress e al femminile, dell’eterno conflitto tra i sessi, destinato a trovare una risoluzione che può essere solo e soltanto iperbolica. Come dimostra un finale non più accostabile al verosimile ma che ça existe, dunque è reale, anche se confinato nella mente, ormai infranta, della sfortunata protagonista.
Film TV.it

Storia del rito funebre.

Il rito funebre o funerale è un rituale civile o religioso che si celebra in seguito alla morte di una persona.

Gli usi e le tradizioni relative a tale evento variano secondo il luogo, la fede religiosa o il desiderio del defunto e dei suoi congiunti. Il termine deriva dal latino funus, che ha molti significati e probabilmente associa il rito all’azione del calare il corpo nella sepoltura con delle funi. È celebrato in genere al cospetto della salma con la partecipazione di alcuni individui appartenenti al gruppo sociale di riferimentpo (famiglia, cerchia delle amicizie del defunto, conoscenti, colleghi etc.).

I riti funebri sembrano essere stati celebrati sin da tempi remotissimi. Nelle grotte dello Shanidar, in Iraq, sono stati scoperti degli scheletri di Neanderthal coperti da un caratteristico strato di polline: ciò ha suggerito che nel periodo di Neanderthal i morti potessero essere sepolti con un minimo di cerimoniale di cui il presunto ormeggio di cose al modo floreale potrebbe rappresentare un già arcaico simbolismo; un’elaborazione possibile di tale assunto è che già allora si credesse in un aldilà e che in ogni caso gli uomini fossero ben consci ciascuno della propria mortalità e capaci di esprimere un lutto.

profumi, gioielli, strumenti del lavoro domestico ecc. per le donne; giocattoli per i bambini); nella tomba si ponevano, inoltre, offerte votive di cibo, entro coppe, vasi, piatti ecc., quindi si eseguivano libagioni, frantumando poi parte dei recipienti utilizzati. Nel corso dei funerali pubblici e solenni riservati ai caduti in guerra, veniva pronunciato un elogio e talvolta si tenevano giochi.

Oltre al culto privato, si dedicavano ai morti celebrazioni pubbliche e ufficiali. In Grecia la meglio nota è costituita dalle Antesterie, festa che durava tre giorni nel mese detto appunto Antesterione (febbraio-marzo).

L’orazione funebre tenuta da un oratore per un personaggio illustre era detta epitaffio. Canti funebri erano il treno e l’epicedio.Nell’antica Roma, il maschio più anziano della casa, il pater familias, veniva chiamato al capezzale del moribondo, dove aveva il compito di raccogliere l’ultimo alito vitale di chi si trovava in agonia.

I funerali delle persone eccellenti venivano normalmente affidati a professionisti, veri e propri impresari di pompe funebri chiamati libitinarii. Nessuna descrizione diretta dei riti funebri è giunta fino a noi, comunque è dato supporre che, generalmente, comprendessero una processione pubblica alla tomba (o alla pira funeraria, sulla quale il corpo veniva cremato). Di tale corteo val la pena notare soprattutto che talvolta i partecipanti portavano maschere con le fattezze degli antenati del defunto. Il diritto di portare tali maschere era concesso per lo più a quelle famiglie tanto prominenti da aver ricoperto magistrature curili. Al termine della processione, quando il corteo giungeva nel Foro, veniva pronunciata la laudatio funebris del defunto.

Mimi, danzatori e musici, come pure lamentatrici professioniste (prefiche) venivano assunti dall’impresa per prendere parte ai funerali. I Romani meno scrupolosi potevano servirsi di mutue società funebri (collegia funeraticia) che svolgevano tali riti per loro conto.

Nove giorni dopo la sistemazione definitiva della salma, avvenuta mediante seppellimento o cremazione, veniva data una festa (coena novendialis), in occasione della quale veniva versato vino o altra bevanda di pregio sulla tomba o sulle ceneri. Poiché la cremazione era la scelta prevalente, v’era l’uso di raccogliere le ceneri in un’urna funeraria e deporle in una nicchia ricavata in una tomba collettiva, chiamata columbarium (colombaia). Durante questi nove giorni, la casa era considerata contaminata (funesta) e veniva ornata di rami di cipresso o tasso perché ne fossero avvertiti i passanti. Alla fine del periodo, veniva spazzata e lavata nel tentativo di purificarla del fantasma del defunto.

Sette festività romane commemoravano gli antenati di una famiglia, compresa la Parentalia che si teneva dal 13 fino al 21 febbraio, per onorare appunto gli avi, e le Lemuria, che si teneva nei primi nove mesi, in occasione della quale si temeva che fossero attivi spettri (larvæ), che il pater familias cercava di placare con l’offerta di piccoli doni.

rito funebre, presso la maggior parte delle culture, si svolge tipicamente alla presenza di una pluralità di persone e spesso è presieduto da un’autorità di riferimento sociale (in questa includendosi ovviamente i ministri del culto), politico o morale.

Il rito assolve spesso ad alcune funzioni sociali, che non sono tuttavia riscontrabili sempre ed in egual misura nei vari gruppi etnici e sociali:

l’ufficializzazione alla comunità della dipartita,
il richiamo a specifiche concettualità etiche o religiose della comunità di appartenenza,
il giudizio sul defunto,
l’espressione di solidarietà alla famiglia.
L’uscita dal gruppo sociale
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Quanto al significato di cessazione della permanenza nel gruppo sociale del defunto, i sopravvissuti che assistono al rito “prendono pubblicamente atto” del trapasso, con il quale possono peraltro avere corso (in realtà iniziano subito dopo la morte) tutti gli effetti civili della dipartita (cosiddetto diritto successorio).

Alquanto diretta, sul punto della nozione, pare l’analogia con altre cerimonie di pubblica “doverosa notifica” alla collettività: un altro esempio è il matrimonio, che ufficializza la nascita di una nuova famiglia. Alcuni studiosi hanno peraltro intravisto un’analogia fra la presenza del pubblico ai funerali e quella dei testimoni ad un matrimonio, in entrambi i casi richiedendosi una sorta di “presidio accertativo” con il quale la comunità possa accettare l’evento come avvenuto poiché alcuni suoi membri vi hanno assistito, ed a causa di ciò.

Altra analogia minore talvolta riscontrata è che la partecipazione al rito viene vissuta dagli altri sia come dovere sociale che (un po’ meno spesso) come dovere personale nei confronti degli sposi o del defunto, a seconda dell’intensità del rapporto che li lega/legava.

La celebrazione etica o religiosa dell’evento
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Quanto ai richiami di ordine etico o metafisico, il funerale può richiamare la concezione che ciascun gruppo ha nei confronti della morte, e per le religioni per cui l’anima non perisce col corpo, la celebrazione vale di suffragio (nel senso linguistico di “conferma”) dell’avvenuto passaggio allo stato spirituale, la morte del singolo può essere identificata come momento essenziale di contatto con il dio di riferimento e passaggio alla condizione del mondo ultraterreno.

Il senso del “passaggio”, il moto dinamico di transizione, pur essenzialmente antitetico alla staticità della morte scientifica (biologica) ed ai suoi noti effetti di devitalità, si individua comunemente nei riti della maggior parte delle religioni, particolarmente per le religioni rivelate: la vita persa – il rito enfatizza – sarebbe solo quella corporale mentre lo spirito, l’anima proseguirebbe la sua esperienza come entità di altro tipo.

Insieme alla considerazione che le religioni sono fedi (e dunque non convinzioni o elaborazioni, quali potrebbero essere quelle della scienza) che implicano proprio definite visioni sul post-mortem e che anche per questo si abbracciano, l’accento che il rito pone sul passaggio segnala l’importanza massima di queste celebrazioni, per alcuni versi le più significative delle rispettive teologie.[2]

Il giudizio sull’estinto
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Circa il giudizio sulla persona deceduta – come detto, non sempre parte del rito – il funerale può avere la funzione di porre in evidenza le azioni e le scelte compiute in vita dal defunto, al fine di ricavarne insegnamento utile per la comunità enucleandosene una sintesi che spesso si esprime nella orazione funebre.[3]

Trattandosi di una cerimonia che comunque si rende in onore del defunto, pare di generale diffusione una pietosa benevolenza circa le eventuali malefatte del trapassato, e di solito il ricordo mira a preferire la narrazione di fatti, scelte, ragionamenti, emozioni e quant’altro possa assumere valore di condivisibilità etica da parte della comunità: di ciò si tesse dunque la lode, ed il defunto viene – spesso con enfasi retorica – identificato con tali positività, che sono dunque parte di ciò che la comunità avrà perso se non perpetuato da altri.

L’omissione delle negatività è parte dell’ossequio funebre, ma corrisponde ad un più generale istinto umano: anche nei meri modi di dire della quotidianità, del resto, il defunto è il “caro” estinto, il “compianto”, e soprattutto la “buonanima”, quali che ne fossero le inclinazioni in vita. Al di là di chi potesse avervi rancori personali, il ricordo di un morto è sempre benevolmente considerato e secondo alcuni si tratterebbe di un retaggio di quando era generalizzata la paura dei morti.

Il giudizio è dunque in genere sempre di assolvimento, almeno per suprema pietà, quasi che (con riferimento religioso) si tenti di munire il defunto di una sorta di “referenze” per quel giorno che altri giudicheranno.

Il pianto ed il riso
Soprattutto nel mondo occidentale, la morte è vissuta con dolore (cordoglio – letteralmente dolore del cuore), rimpianto, commozione, senso di privazione del rapporto con il defunto, innescandosi il lutto.

In questo senso prevale l’interpretazione dell’evento come fatto negativo, un danno sia personale che sociale che colpisce i superstiti, oltre che il defunto; e ciò anche laddove siano maggiormente influenti i culti che considerano la morte come un avvicinamento alla deità e dunque un momento, se non positivo in sé, quantomeno non negativo.

Presso alcuni contesti il dolore della perdita è superato (o “esorcizzato”) dalla gioia, che può essere dettata:

dalla convinzione per il raggiungimento di una dimensione ultraterrena: in tali contesti il rito funebre, pur senza intaccarsene la sacralità, è segnato da passaggi festosi e talvolta ludici, e le ritualità comprendono occasioni a volte di convivio, altre volte di canto (o di esibizione poetica), oppure
dalla volontà di onorare la memoria del defunto dedicandogli un momento di piacere anziché di dolore, vivendo in suo onore un momento di vita piacevole e non di malgradita mancanza.

Sitemazione del corpo.

Recentemente, un nuovo modo di sistemazione del cadavere, detto funerale ecologico, è stato suggerito da un biologo svedese. Basato sulla tecnologia del freddo, la sua principale caratteristica consiste nel sistemare il cadavere in modo da riciclarsi massimamente nel terreno.
Tra le forme più rare di sistemazione del cadavere vi è l’esposizione agli elementi naturali, come facevano diverse tribù di indiani d’America. Oggi è ancora praticata dagli zoroastriani a Bombay, dove le torri del silenzio consentono agli avvoltoi e ad altri uccelli divoratori di carogne di cibarsi dei cadaveri esposti. Tale pratica, nota come sepoltura celeste, è praticata ancora oggi in Tibet.
Il cannibalismo post-mortem (necrofagia) è praticato in certe culture, ove è peraltro ritenuto responsabile del diffondersi di una malattia da prione chiamata kuru.
La mummificazione consiste nel disseccare i corpi attraverso l’imbalsamazione al fine di assicurarne la conservazione; gli esperti più famosi di tale procedimento furono gli antichi Egizi: molti corpi di nobili o alti funzionari furono mummificati e conservati in mausolei o, nel caso di alcuni faraoni, in piramidi. In epoca più recente sono celebri le imbalsamazioni di Lenin e Ho Chi Minh.

Fonte wikipedia.org

A quaite Life.

Maybe this time,
Maybe this time I’ll outwit my past
I’ll throw away the numbers, the keys
And all the cards
Maybe I can carve out a living in the cold
At the outskirts of some city
I extinguish all my recent pasts
Become another man again

And have a quiet life

A quiet life for me
A quiet life
A quiet life for me
A quiet life for someone
An acquired life for me

I lost, I ran
I started once a new
In northern grey, in drizzling rain
In salted slush and bitter hail
But the order as always merciless
It wants to see me fail
So the hunter is now the hunted
Past voices call my name
I renounce my past to live again

A quiet life
A quiet life

A quiet life for me
A quiet life for someone

An acquired life for me

I thought I have been given
Another chance again
But heaven lies as usual
I repented but in vain
It tries to cheat me out of my good aim
Take away what I never really got

My quiet life

No quiet life for me
No quiet life
No quiet life
No quiet life for me
A quiet life for someone
No quiet life for me

Even if I have to straighten
There is a life for me
A qiuet life
A quiet life for me
(A quiet life…)

By T. Teardo & B. Bargeld

EROS E THÁNATO

Eros e Thánatos 

l’Eros è l’amore mentre Thánatos è la morte, due concetti che vanno considerati su binari apparentemente opposti, ma che si attraggono vicendevolmente.

AMORE E CONOSCENZA

Thánatos (θάνατος) è il termine greco antico per morte. Nella mitologia greca Thánatos ne è il dio e presenta caratteristiche diverse. Talvolta è descritto come irremovibile: il suo cuore di pietra non conosce grazia, ai suoi artigli non sfugge nessuno, ai prescelti taglia con il coltello una ciocca di capelli. Contrariamente a sua sorella Ker, che personifica la morte crudele, Thánatos rappresenta anche la morte dolce. Il giovinetto Thanatos con un movimento calmo abbassa in silenzio e tristemente la fiaccola della vita. La vita si spegne. Accanto a Ker, Thánatos ha altri fratelli e sorelle, gli Oneiroi, i sogni, o le Moire che filano, reggono e tagliano il filo della vita. Ma il suo gemello è Hypnos, il sonno, col quale spesso viene rappresentato in coppia. Il superamento della morte è un tema antichissimo, che si rispecchia in varia maniera nei miti classici. Sisifo per esempio riesce a imprigionare Thanatos per un certo periodo, tenendo lontana la morte agli uomini; ma alla fine tutti vengono da essa vinti. In età medievale e moderna Thánatos riceve un altro compagno e antagonista nel dio adolescente Eros, in latino Amor. Insieme attraversano i paesi e lanciano le loro frecce – d’oro per l’amore, d’osso per la morte. Talvolta le scambiano e allora i vecchi si infiammano d’amore e i giovani ad esso vengono prematuramente strappati. La tesi della “cecità” dell’amore, l’idea che esso sia espressione di istinti e sentimenti e non anche di ragione e saggezza è comunque limitata nel tempo e decisamente minoritaria. Temporalmente più lunga e sostanzialmente più consistente è la tesi ispirata alla “mutua incrementazione” (U. Curi) di amore e conoscenza in filosofia, come mostra il termine stesso di filosofia che unisce amore e conoscenza. Oltre che nel testo chiave da esplorare (il Simposio di Platone, in cui Eros, se seguiamo la sua guida verso la bellezza, può farci diventare immortali), questa tesi può essere seguita in Platone, Aristotele, Spinoza, Bruno, Pascal, Schopenhauer, Nietzsche. Una specifica declinazione del nesso eros-thánatos è costituito nella storia di Giulietta e Romeo (Piramo e Tisbe, etc.), in cui ciascuno dei due amanti è confrontato con la morte dell’amato, realizzabile soltanto inscenando una prima morte simulata di uno dei due. Imponendo una volontaria rinuncia alla vita e superando l’ostilità originaria che ostacola l’amore, quest’ultimo risulta alla fine vittorioso, amor vincit omnia. Ma dimostra anche che l’unione è indissolubile dalla separazione, la felicità dal dolore, la vita dalla morte. In età contemporanea è Sigmund Freud che riporta a nuova vita la coppia, collocando i due opposti nella psiche dell’uomo. Amore e morte non sono più forze naturali cui l’uomo è soggetto ma forze interne: Eros dell’istinto di sopravvivenza, Thánatos dell’impulso di distruzione e di morte. La dualità dei due principi come pure la loro unione scatena osservazioni e riflessioni di vario genere, persino sul fenomeno moderno dell’archiviazione dei dati. Che sia un impulso, ossessione per sfuggire alla morte nell’aspetto della dimenticanza? Per mantenere la funzione vitale dell’Eros nel ricordo e nella memoria che l’archiviazione dei dati permette di conservare?

EROS, AGÁPE, AMORE DI SÈ

Eros nelle più antiche cosmogonie designa una delle divinità fondamentali identificata con la forza generatrice del mondo, dal VI secolo a. C. con il nome di Eros si indica il dio della passione amorosa, figlio di Ermes e Afrodite. L’eros come insegna Platone è nostalgia dell’assoluto, in grado di attuare nell’uomo la conversione dal sensibile al sovrasensibile. In Platone e in Aristotele e in generale nel mondo greco, l’eros ha carattere esclusivamente acquisitivo e non donativo. Di contro, nel pensiero cristiano l’eros viene identificato con l’amore carnale e concupiscente in contrapposizione alla agápe o carità, che è l’amore donativo verso Dio e verso il prossimo. Come è noto questo termine viene usato dalla versione greca dell’Antico Testamento e dal Nuovo Testamento per indicare l’amore di Dio per gli uomini e la forma di esistenza che in esso si fonda. Il Nuovo Testamento vi riconosce il nucleo centrale della rivelazione cristiana, affermando che «Dio è amore» (1 Gv 4, 8-16).

Nei vangeli sinottici Gesù connette indissolubilmente l’amore di Dio e l’amore del prossimo come i due aspetti del più grande comandamento (Mt 22, 36-40). L’amore cristiano (agápe, charitas) non deve colmare un proprio bisogno, ma si dà con sovrabbondanza e gratuità. Su questa linea Agostino riprese l’elevazione platonica, identificando l’amore con lo Spirito Santo: per tutto il Medioevo e il Rinascimento, dall’amore cortese allo Stilnovo, al neoplatonismo fiorentino si ebbe un’oscillazione tra l’amore sensuale profano e l’amore dell’estasi religiosa, con punte di esoterismo e di misticismo. Empirismo e razionalismo si riappropiarono invece dell’idea aristotelica di amore come soddisfazione di piacere o ricerca dell’utile, mentre con il romanticismo si ritrova un amore fortemente appassionato e velato di nostalgia per il divino. Contrapposto a eros e ad agápe, v’è l’amore di sé o amor proprio che, per i moralisti francesi del ‘600, in particolare B. Pascal e N. Malenbranche indica, rispettivamente, un sentimento naturale che porta alla ricerca della propria conservazione e una passione disordinata che porta ad amare soltanto e stessi. J. J. Rousseau stigmatizzò l’amor proprio come «un sentimento … nato nella società, che porta ogni individuo a prestare più attenzione a sé che a ogni altro». Nel ‘700 britannico la coppia di termini amore di sé-amor proprio venne usata nel dibattito sul paradosso di B. de Mandelville, che enuncia la dannosità della virtù e l’utilità del vizi. In A. Smith l’amore di sé si identifica con l’interesse, il movente che sta alla base del funzionamento del mercato. Dopo I. Kant, per il quale l’amore di sé «la sorgente di ogni male», la coppia dei termini in oggetto verrà soppiantata dal neologismo egoismo.

MORTE E CONOSCENZA

La sfida posta dalla morte alla conoscenza ha raggiunto uno dei momenti più alti nella nascita della filosofia. In Anassimandro la morte appare come passaggio doloroso ma temporaneo dell’eterno ciclo della natura; in Anassagora e negli atomisti come fase del processo creativo. Per Eraclito la morte e la vita si assimilano come parti di un unico movimento di metamorfosi. E ancora, la morte designa in Parmenide la condizione morale dell’uomo, che chiamato alla conoscenza della verità, non sa spogliarsi dell’attaccamento passionale al finito. Del resto la filosofia stessa è, per Platone, preparazione alla morte. Assunta come oggetto di pensiero la morte ha irretito la riflessione in uno dei più inquietanti problemi di metodo. Da Epicuro a L. Wittgenstein e a J.-P. Sartre la storia della filosofia occidentale è stata attraversata, a più riprese, dall’impensabilità della morte come regola aurea per l’esercizio di un corretto pensiero, che nulla può dire di ciò che gli è per natura estraneo, come appunto la morte. Quasi parafrasando la celebre affermazione di Epicuro contenuta nella Lettera a Meneceo: «quando ci siamo non c’è la morte, quado c’è la morte noi non siamo più», Wittgenstein ha scritto che «la morte non è evento della vita. La morte non si vive» (Tractatus logico-philosophicus, 1918).

THÁNATOS, FINITEZZA, PASSAGGIO, NULLA

La morte è per Sartre il rovescio di ogni possibilità, «la possibilità dell’impossibile» che venendo incontro dall’esterno «ci trasforma in esteriorità» (L’essere e il nulla, 1955). La rimozione della morte nell’alterità non ha tuttavia sottratto in modo definitivo il pensiero all’esperienza profonda di lutto che si radica nella coscienza e la travolge. Su questo terreno secondo Agostino (Confessioni) vita e morte tendono a fondersi. Posto dalla morte dinanzi alla possibilità di un non senso, il pensiero ha aperto e percorso più strade. Così per G. W. Leibniz non vi è morte perfetta (Principi della natura e della grazia fondati sulla ragione, 1714). Per I. Kant la supposizione di «un’esistenza che continui all’infinito» correlata a «una personalità dello stesso essere razionale (la quale si chiama immortalità dell’anima)», è insieme all’esistenza di Dio, un postulato dell’esperienza morale, che nel suo processo di miglioramento non può certo scorgere nella finitezza un limite invalicabile (Critica della ragion pratica, 1788). Per G. W. F. Hegel la morte ha una portata salvifica: essa pone fine alla negazione propria dell’essere individuale. Essa è «un nulla, la nullità manifesta» nella quale il finito si autolibera dalla finitezza; come nullità posta «è in pari tempo il superato e il ritorno al positivo» (Lezioni sulla filosofia della religione, 1821-31). E ancora, per L. Feuerbach e K. Marx la morte è affermazione dell’esistenza dell’essenza, vittoria della specie sul singolo. Analogalmente in A. Schopenhauer la morte segna il venir meno dell’apparenza. Infine sulla morte come possibilità non estraniante dell’esistenza si è concentrata l’attenzione di gran parte della filosofia contemporanea, soprattutto grazie agli sviluppi del pensiero ermeneutico e della ricerca fenomenologica. W. Dilthey fu tra i primi a indicare nella relazione della vita con la morte «il rapporto che caratterizza in modo più profondo e generale il senso del nostro essere» (Vita vissuta e poesia, 1905). M. Heidegger e M. Scheler hanno dedicato studi fondamentali all’analisi del volto intimo della morte e all’esperienza originaria del suo manifestarsi. In Heidegger (Essere e tempo, 1927) la morte si presenta come «la possibilità dell’Esserci più propria, incondizionata, certa e, come tale, indeterminata e insuperabile», che manifestandosi nell’angoscia pone l’uomo nella condizione di decidersi per un’esistenza autentica. Scheler colse nell’esperienza del tempo vissuto il luogo in cui si ha notizia originaria della morte; mentre E. Levinas – memore del monito di Rosenzweig di : «rimanere nel timore della morte» poiché essa: «non è ciò che pare essere, non è nulla, bensì un inesorabile, ineliminabile qualcosa» (La stella della redenzione, 1921) – avverte la necessità di non pensare più – versus Heidegger – il tempo a partire dalla morte, ma la morte a partire dal tempo: «è della morte dell’altro che sono responsabile al punto di includermi nella morte». In termini forse più accettabili: «Sono responsabile dell’altro in quanto egli è mortale […] La morte dell’altro: è questa la mia morte prima. È a partire da questa relazione, da questa deferenza alla morte dell’altro e da questo interrogare che è una relazione all’infinito, è a partire da ciò che bisognerà affrontare il tempo» (Dio, la morte, il tempo, 1993).

da Fondazione Filosofi lungo l’Oglio