Recensione del film Resurrection.

La seconda regia di Andrew Semans, seguente Nancy, please (2012), è un thriller psicologico dai risvolti surreali, per via di un finale che parte – in maniera piacevole e sorprendente – davvero per la tangente. Il tema, compresa una conclusione apparentemente fuori logica, è simile a quello di Men (Alex Garland, 2022), ossia propone una protagonista (la strepitosa Rebecca Hall, anche coinvolta come produttrice) allergica agli uomini che la circondano. In questo caso, a differenza del film di Garland, a ben vedere data la burrascosa relazione avuta da ragazza con un pazzo (che ha il volto dell’altrettanto memorabile Tim Roth). Resurrection procede senza sosta in un percorso al limite della ragione, con il graduale sconfinamento, da parte di Margaret, verso uno stato psicologico alienante. Ma è anche un percorso di rivalsa e di riscatto, un’emancipazione, violenta e viscerale, pagata a caro prezzo, dovuta nei confronti di una donna che è anche, e soprattutto, una madre. La storia in sé non presenta motivi di particolare rilievo, se si esclude il finale imprevedibile, ma è la cura della confezione a rendere eccezionale il film. Dalla scelta di utilizzare gradazioni cromatiche fredde (azzurro, verde e grigio), da parte dell’ottimo direttore della fotografia (Wyatt Garfield), all’uso di una colonna sonora immersiva, frutto del talentuoso Jim Williams, passando per uno stile di ripresa che predilige eleganti piani sequenza e fluidi carrelli.

La telecamera segue, senza mai abbandonarla, Rebecca Hall, attrice che trasmette, a pelle, la sensazione trainante ed involutiva di un montante disagio esistenziale. La vediamo correre, agitarsi, piangere disperata, avvinta, sconvolta, spaurita, ma pur sempre determinata nel tentativo di raggiungere l’obiettivo (salvaguardare l’incolumità della figlia). Resurrection è dunque, visivamente, un gioiellino. Un amaro ritratto, work in progress e al femminile, dell’eterno conflitto tra i sessi, destinato a trovare una risoluzione che può essere solo e soltanto iperbolica. Come dimostra un finale non più accostabile al verosimile ma che ça existe, dunque è reale, anche se confinato nella mente, ormai infranta, della sfortunata protagonista.
Film TV.it

Lascia un commento