Ludus de morte Claudii (o Divi Claudii apotheosis per saturam), generalmente noto col nome di Apokolokyntosis, (parola che implicherebbe un riferimento a kolokýnte, cioè la zucca, forse come emblema di stupidità) indica la parodia della divinizzazione di Claudio decretata dal senato romano alla sua morte. Nel testo di Seneca non si parla di zucche e l’apoteosi non ha luogo; il termine andrebbe dunque inteso non come “trasformazione in zucca”, ma come “deificazione di una zucca, di uno zuccone”. Tacito (Annales, XIII 3) afferma che Seneca aveva scritto la laudatio funebris dell’imperatore morto (pronunciata da Nerone), però, in occasione della divinizzazione di Claudio, che aveva suscitato le ironie degli stessi ambienti di corte e dell’opinione pubblica, potrebbe aver dato sarcastico sfogo al risentimento contro l’imperatore che lo aveva condannato all’esilio (l’opera sarebbe del 54).
Il componimento narra la morte di Claudio e la sua ascesa all’Olimpo nella vana pretesa di essere assunto fra gli dèi. Qui egli incontra Augusto che inizia a raccontare tutti i misfatti del suo impero; gli dèi lo condannano quindi a discendere, come tutti i mortali, agli inferi, dove egli finisce schiavo di Caligola e da ultimo viene assegnato da Minosse al liberto Menandro: una condanna di contrappasso per chi aveva fama di esser vissuto in mano dei suoi potenti schiavi. Allo scherno per l’imperatore defunto Seneca contrappone, all’inizio dell’opera, parole di elogio per il suo successore, preconizzando nel nuovo principato un’età di splendore e di rinnovamento.
Claudio viene rappresentato come violento, claudicante e gobbo: Seneca calca la mano sui suoi difetti fisici, ribaltando l’attitudine celebrativa di certi scritti con una forma profondamente irriverente.
