Esperienze di Pre-Morte (NDE)
Le esperienze di pre-morte (Near-Death Experiences, NDE) sono fenomeni riportati da persone che si trovano in situazioni critiche, come arresti cardiaci, gravi incidenti o stati di coma, e che successivamente descrivono sensazioni straordinarie o visioni. Queste esperienze suscitano grande interesse in campo scientifico, spirituale, culturale e psicologico.
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Caratteristiche comuni delle NDE
Le NDE presentano elementi ricorrenti:
1. Sensazione di pace e benessere: Le persone spesso descrivono un senso di calma, assenza di dolore e serenità.
2. Esperienze extracorporee (OBE): Sensazione di lasciare il corpo fisico e osservare la scena dall’alto.
3. Tunnel con luce: La percezione di attraversare un tunnel verso una luce brillante e accogliente.
4. Incontri con entità o persone: Alcuni riferiscono di vedere persone care decedute o figure spirituali.
5. Rivisitazione della propria vita: Un “film” che ripercorre momenti significativi, spesso accompagnato da introspezione emotiva.
6. Scelta o obbligo di tornare: La sensazione di dover tornare al corpo, spesso con un messaggio di compimento o missione futura.
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Aspetti scientifici
Gli scienziati studiano le NDE per comprenderne la natura e le possibili spiegazioni:
Neurobiologia: Alcune teorie suggeriscono che le NDE siano causate da processi cerebrali in stato critico, come l’ipossia (mancanza di ossigeno).
Produzione di sostanze chimiche: Il rilascio di endorfine e DMT (dimetiltriptamina) può indurre visioni o stati alterati di coscienza.
Attività cerebrale residua: Studi EEG mostrano che il cervello può continuare a funzionare per pochi minuti dopo l’arresto cardiaco.
Ipotesi quantistiche: Alcuni scienziati esplorano teorie che coinvolgono la fisica quantistica per spiegare fenomeni extracorporei.
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Aspetti spirituali e religiosi
Molte culture e religioni interpretano le NDE come esperienze trascendenti:
Cristianesimo: La luce viene spesso interpretata come un incontro con Dio o con un angelo.
Buddismo e Induismo: Le NDE sono talvolta collegate al concetto di karma o alla transizione verso una nuova reincarnazione.
Cultura laica: Le NDE possono essere vissute come una conferma dell’esistenza di un’energia o coscienza superiore.
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Aspetti psicologici
Le NDE possono avere un impatto profondo sulla psiche:
Cambiamenti di vita: Chi le vive riporta spesso una maggiore empatia, spiritualità e distacco dai beni materiali.
Superamento della paura della morte: L’esperienza può ridurre o eliminare la paura del morire.
Trauma post-esperienza: Alcune persone faticano a integrare l’NDE nella loro vita quotidiana, sentendosi isolate o incomprese.
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Testimonianze
Ecco alcune esperienze comuni riportate:
1. Rivivere ricordi d’infanzia: Una persona descrive di aver rivisto ogni momento della sua vita con una chiarezza incredibile.
2. Incontro con una figura luminosa: Un uomo in arresto cardiaco ha raccontato di aver dialogato con una “presenza amorevole”.
3. Decisione di tornare: Una donna in coma ha detto di aver scelto di tornare per prendersi cura dei suoi figli.
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Cultura e NDE
Film e libri hanno contribuito a diffondere il fenomeno, ad esempio:
Film: “Hereafter” di Clint Eastwood e “L’ultima Tempesta” trattano temi correlati.
Libri: “Proof of Heaven” di Eben Alexander, un neurochirurgo che racconta la sua NDE.
Non disturbare il sonno dei morti.
E. B. S. Raupach

Sebbene in passato non sia mancata la popolarità a questo racconto, celebrato a più riprese in antologie e saggi affini alle tematiche gotiche – e correttamente riconosciuto come uno dei primi racconti di vampiri della letteratura occidentale, invero probabilmente superato dal solo “Der Vampir” di Ignaz Ferdinand Arnold (1801) – “Wake Not The Dead!” è accompagnato da una storia assai travagliata per quanto riguarda l’attribuzione della paternità dell’opera. Nello specifico, questa è stata spesso erroneamente attribuita all’autore tedesco Ludwig Tieck (1773-1853), equivoco ripetuto e diffuso al grande pubblico da Peter Haining nella sua riproposizione in lingua inglese con il titolo alternativo di “The Bride of the Grave” contenuta nella celebre raccolta Gothic Tales of Terror del 1972. Nonostante tra gli studi tedeschi di fine XIX secolo non vi fossero dubbi che la storia originale “Lasst die Todten ruhen!”, comparsa sulle pagine del Minerva. Taschenbuch für das Jahr 1823, fosse indiscutibilmente opera del tedesco Ernst Benjamin Salomo Raupach (1784-1852), l’errore di attribuzione pare essersi generato in concomitanza con il buon successo della traduzione in lingua inglese, considerando che tale mistificazione a favore di uno degli autori romantici più apprezzati della Germania appare specialmente antologizzata tra gli studi e raccolte britanniche e statunitensi. Non vi sono tuttavia dubbi sulla paternità dell’opera; in particolare il racconto appare correttamente attribuito a Raupach da Karl Goedeke nel suo compendio di letteratura tedesca Grundriss zur Geschichte der deutschen Dichtung (1905), così come da Stefan Hock nel suo libro Die Vampyrsagen und ihre Verwertung in der deutschen Literatur (1900), che pure ne cita la fonte come il Minerva. La prima traduzione in lingua inglese, a cui va certamente riconosciuto il merito della buona diffusione al pubblico, appare sempre nel 1823 nell’antologia Popular Tales and Romances of the Northern Nations, raccolta in cui gli autori non sono riportati in coincidenza delle singole storie, bensì citati in prefazione come presenti nella raccolta – che appunto comprendeva Tieck come autore di “Der blonde Eckbert”. Tale raccolta è menzionata anche da Haining come fonte della prima versione del racconto in lingua inglese, offrendoci dunque la probabile soluzione di tale equivoco.
Ernst Benjamin Salomo Raupach (1784 – 1852) fu un drammaturgo tedesco. Nacque a Straupitz, in Slesia, figlio del pastore del villaggio. Dopo gli studi di Teologia all’università di Halle, nel 1804 ottenne una borsa di studio a San Pietroburgo, dove si dilettò nella scrittura delle sue prime tragedie. Nel 1817 fu nominato professore di letteratura e storia tedesca in un prestigioso collegio affiliato all’Università. Lasciò San Pietroburgo nel 1822 e dopo alcune peregrinazioni (tra le cui mete ritroviamo l’Italia), si recò a Weimar con la speranza di farsi notare da Goethe; a seguito della sua fredda accoglienza si stabilì nel 1824 a Berlino, dove trascorse il resto della sua vita scrivendo per il teatro, in cui la sua influenza fu notevole, se non totale, per vent’anni. Morì a Berlino il 18 marzo 1852.
Martin Heidegger
Essere e tempo
Nel paragrafo 49 della sua opera principale, Essere e tempo, il filosofo tedesco Martin Heidegger traccia una “delimitazione dell’analisi esistenziale della morte rispetto ad altre interpretazioni possibili del fenomeno”. Qui Heidegger distingue il morire, che costituisce una possibilità tipica dell’essere umano (anzi, la possibilità che definisce la sua stessa modalità di esistenza, quella che l’autore chiama “Esserci”) dal semplice cessare di vivere, fenomeno puramente biologico che riguarda ogni essere vivente, sia esso animale o vegetale. Tra queste due possibilità, su un livello intermedio, si pone il fenomeno del decesso, nel quale l’essere umano non ha ancora assunto la morte come orizzonte che determina il suo stesso vivere. Per il filosofo la morte dell’essere umano non è dunque una questione semplicemente medica o biologica ma ha una valenza sempre ontologica, coinvolgendo e determinando l’orientamento complessivo dell’esistenza.
I problemi della biologia, della psicologia, della teodicea e della teologia della morte sono quindi subordinati all’analisi esistenziale. Considerati onticamente, i suoi risultati rivelano la peculiare formalità e vuotezza proprie di ogni caratterizzazione ontologica. Il che, però, non deve impedirci di vedere la ricca e complessa struttura del fenomeno. Se già l’Esserci non è mai accessibile come semplice-presenza, perché al suo modo di essere appartiene l’esser-possibile in una maniera del tutto particolare, tanto meno ci dovremo aspettare di poter ricavare facilmente la struttura ontologica della morte, una volta ammesso che la morte costituisce una possibilità eminente dell’Esserci.
D’altra parte l’analisi non può attenersi a un’idea della morte casuale e arbitraria. L’arbitrarietà può essere pilotata solo mediante la determinazione ontologica preliminare del modo d’essere in cui la «fine» rientra nella quotidianità media dell’Esserci. In vista di ciò è necessario riandare alle strutture della quotidianità precedentemente esaminate. Il fatto che in un’analisi esistenziale della morte si abbiano risonanze di possibilità esistentive dell’essere-per-la-morte, dipende semplicemente dalla natura di ogni ricerca ontologica. Tanto più esplicitamente deve accompagnarsi all’elaborazione concettuale esistenziale l’affrancamento da ogni vincolo esistentivo; e ciò vale in particolar modo nei confronti della morte in cui si può rivelare nel modo più netto il carattere di possibilità proprio dell’Esserci. La problematica esistenziale tende esclusivamente a chiarire la struttura ontologica di essere-per-la-fine propria dell’Esserci.
da M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2005
If Cats Disappeared From The World
Our narrator’s days are numbered. Estranged from his family, living alone with only his cat Cabbage for company, he was unprepared for the doctor’s diagnosis that he has only months to live. But before he can set about tackling his bucket list, the Devil appears with a special offer: in exchange for making one thing in the world disappear, he can have one extra day of life. And so begins a very bizarre week . . .
Because how do you decide what makes life worth living? How do you separate out what you can do without from what you hold dear? In dealing with the Devil our narrator will take himself – and his beloved cat – to the brink.
Genki Kawamura’s If Cats Disappeared from the World is a story of loss and reconciliation, of one man’s journey to discover what really matters in modern life.
MORIRE ALL’ITALIANA
È uscito da poche settimane il volume a cura del Prof. Asher Colombo, docente di Sociologia all’Università di Bologna, dal titolo Morire all’italiana – pratiche, riti, credenze (Bologna, Il Mulino 2022).
Si tratta del primo studio condotto in Italia sulla morte da un punto di vista sociologico, in cui l’esperienza individuale viene inserita nel contesto più ampio della collettività per delineare un quadro di pensiero e di comportamenti propri del nostro Paese, che potremo definire “cultura funebre italiana”.
L’argomento morte e tutti gli aspetti ad essa correlati stanno riscuotendo in questi ultimi decenni un certo interesse da parte degli studiosi dopo che per molto tempo sono stati incredibilmente ignorati. Si può dire che nelle società occidentali, accomunate da un certo grado di benessere economico, la morte sia stata volutamente negata. Parlarne era, e lo è tuttora nella maggior parte dei casi, giudicato sconveniente o quanto meno imbarazzante. Succede a tutti i livelli: la si nasconde al malato, si ha timore, se non terrore, a trovarsi al cospetto di un cadavere, ci si tiene per quanto possibile lontani da situazioni e dai luoghi dove la sofferenza e la morte sono, per così dire, “di casa”. Coloro che subiscono un evento luttuoso lo vivono per lo più in maniera privata all’interno di una ristretta cerchia di familiari e di amici intimi, cercando di tornare alla routine quotidiana il prima possibile. Persino il lessico si è ingentilito coniando tutta una serie di termini che indicano la morte senza mai citarla direttamente, come scomparsa, passaggio, addio, fine vita, ultimo viaggio…
Se fino a qualche tempo fa la morte era accettata e considerata parte stessa del quotidiano e l’intera comunità partecipava in maniera sia emotiva che pratica al decesso di uno dei suoi membri, ora è evidente come le cose siano profondamente mutate. Le persone sempre più frequentemente muoiono in ospedale o nelle case di cura, spesso sole, e anche la veglia del defunto non si tiene più nelle case riducendosi ad una breve visita all’obitorio o alle sale del commiato. Ed è proprio il luogo in cui avviene il decesso ad aver probabilmente segnato uno step determinante in questo processo di negazione a cui hanno fatto seguito una serie di corollari e di pratiche che si sono via via sempre più allontanate da una tradizione consolidata.
È in questo contesto di distacco psicologico e sociale dalla morte che nasce un rinnovato interesse da parte della comunità scientifica a studiarne gli effetti e i comportamenti che coinvolgono il singolo individuo come pure la collettività. Il libro Morire all’Italiana riporta e illustra i dati raccolti in una serie di interviste mirate condotte con grande accuratezza da un selezionato gruppo di ricercatori appartenenti a sei diverse università italiane (Bologna, Bergamo, Milano, Napoli, Torino e Urbino). L’indagine si è articolata in due fasi distinte ma complementari: la compilazione di un questionario con domande standardizzate e un pacchetto di interviste vere e proprie che, pur suggerendo una serie di punti ben precisi, hanno lasciato ampio margine all’intervistato di raccontare le proprie esperienze.
Da questa scrupolosa ricerca scaturisce un quadro omogeneo nel suo insieme, ma allo stesso tempo frazionato laddove vengono valutate le diverse componenti (età, area di residenza, grado di istruzione ecc.) I vari capitoli di questo volume illustrano i risultati dei punti che sono stati oggetto di indagine.
Asher Colombo commenta brevemente i risultati dell’importante ricerca: «Complessivamente emergono tanti aspetti interessanti. Si tratta di un quadro unitario con tendenze generali che vanno però declinate a seconda del contesto territoriale, generazionale e religioso, che fanno una grande differenza. Direi che il dato che emerge maggiormente è l’influenza della religiosità sulla cultura funebre. In Italia questa influenza è molto forte: il 95% dei funerali viene celebrato con rito religioso, anche per quelle persone che in vita si dichiaravano agnostiche o atee».
Morire all’italiana. Pratiche, riti, credenze” (Il Mulino 2022).
oltremagazine.com
Vedo un posto vuoto a tavola.
Vedo un posto vuoto a tavola.
Di chi è? Di chi altro? Chi voglio prendere in giro?
La barca attende.
Non c’è bisogno di remi
né di vento. La chiave l’ho lasciata
nel solito posto. Tu sai dove.
Ricordati di me e di tutto quello che abbiamo fatto insieme.
Ora stringimi forte. Così.
Dammi un bel bacio
sulle labbra. Ecco. Ora
lasciami andare, carissima.
Lasciami andare.
Non c’ incontreremo più in questa vita,perciò ora dammi un bacio d’addio. Su, ancora uno.
E un altro. Ecco. Adesso basta.
Adesso, carissima, lasciami andare.
È ora di avviarsi.
Raymond Carver
Le metafore religiose di Einstein
Einstein qualche volta usò metafore religiose per sostenere le sue idee, come quando, per sottolineare la sua difficoltà ad accettare la casualità insita nella meccanica quantistica scrisse a Bohr che “Dio non gioca a dadi con l’universo”, ma la sua visione religiosa era molto personale. Criticò l’ateismo dichiarato di Bertrand Russell, sostenendo che “La convinzione profondamente appassionante della presenza di un superiore potere razionale, che si rivela nell’incomprensibile universo, fonda la mia idea su Dio”. In un articolo sul New York Times Magazine del 9 novembre 1930, scrisse che “È difficile spiegare questo sentimento [la religione cosmica] a qualcuno che ne è completamente privo, specialmente se non esiste nessuna raffigurazione antropomorfica che possa corrispondere. (…) L’esistenza di ognuno di noi viene percepita come una specie di prigione e ricerchiamo un’esperienza dell’universo come un singolo significante tutto. I geni religiosi di tutte le epoche si sono distinti per questo tipo di sentimento religioso, che non concepisce né dogma né Dio a immagine dell’uomo; e così non ci possono essere chiese i cui principali insegnamenti siano basati su questi principi”. Il padre della relatività tuttavia non mescolò mai le sue idee religiose con la sua attività scientifica, e Andrews è abbastanza accorto da ammetterlo. La sua tesi non è rozza e non vuole appropriarsi di Einstein come persona, ma delle sue idee come scienziato. Per farlo, intavola una lunga discussione filosofica e ripercorre le tappe della nascita della teoria di Einstein per sostenere che l’assoluta separazione tra oggetto e soggetto della concezione prima meccanicista e poi positivista dell’universo è stata messa in crisi dalla relatività, che mette necessariamente in relazione il fenomeno osservato con l’osservatore. “In tutta l’opera di Einstein, l’universo meccanicista si dimostrò insoddisfacente. Ciò fu reso evidente dalla scoperta del campo elettromagnetico e dal fallimento della fisica newtoniana di spiegarlo con concetti meccanicisti. Poi ci fu la scoperta delle geometria quadridimensionale e, con essa, l’idea che le strutture geometriche della fisica newtoniana non potevano essere separate dai cambiamenti nello spazio e nel tempo che la teoria dei campi comportava. (…) Einstein utilizzò Newton e le equazioni differenziali di Maxwell nella teoria dei campi per sviluppare un tipo di razionalità chiamata invarianza matematica. L’invarianza matematica stabilì un’autentica ontologia nella quale il soggetto coglie le strutture oggettive e l’intrinseca intellegibilità dell’universo”.
“Le categorie di Einstein non sono una qualche forma di a priori kantiano, ma concetti che sono liberamente inventati e si devono giudicare in base alla loro utilità, alla loro capacità di promuovere l’intelligibilità del mondo, che dipende dall’osservatore. La differenza tra il suo pensiero e quello di Kant sta proprio in questo fatto: Einstein comprende le categorie come invenzioni libere invece che come inalterabili(condizionate dalla natura della comprensione). Einstein dichiara che in fisica il reale va considerato come un tipi di programma, al quale non si è obbligati a legarsi a priori”. Capita l’antifona? Con quei cattivoni di Newton e Kant dio era stato cacciato dalla casa della fisica, con Einstein egli può rientrare dalla finestra della libera invenzione! Sconfitto il dualismo epistemico, Einstein ridarebbe fiato alla teologia scientifica, curioso ossimoro che si ripete nell’articolo di Andrews, il quale può così affermare senza ritegno che“Se il mondo è in realtà una creazione di Dio, allora esiste un terreno ontologico per un impegno teologico nelle scienze della natura. Non è un impegno arbitrario, che regredisce all’impegno newtoniano, ma è un dialogo naturale, basato sulla fede fondamentale che il Dio di cui parla la teologia cristiana è lo stesso Dio che creò il mondo che le scienze naturali investigano”. Così l’autore può concludere che “L’influenza di Einstein sulla teologia naturale ha giocato un ruolo rivitalizzante fornendo dati matematici e fisici che supportano la conclusione metafisica che Dio esiste. L’impatto indelebile di Albert Einstein non ha separato la scienza dalla religione, al contrario, sembra che abbia fatto precisamente l’opposto”. E anche Einstein è arruolato nell’Armata del Bene.
Tratto da Max L. E. Andrews (2012). “Albert Einstein and Scientific Theology”
The End of Gay: (and the death of heterosexuality)
Imsomma non si può far finta che questo sia il Pride month , e un pò di 🏳️🌈 spunta in ognuno di noi. Chissà , forse qualcuno riterrà l’argomento fuori contesto, ma la realtà è che la morte non guarda in faccia a nulla , tanto meno se appartieni alla comunità Lgbtq+ . Se la sessualità finisce con la vita , anche il caro estinto avrà vissuto chi in libertà, e chi doppie o triple vite, che rimarrano sepolte con lui.
Sfortunatamente non vi è ombra di una ediziona italiana, ma La fine dei gay:( e la morte dell’eterosessualità) di Bert Acher non potrà che interessarvi:
The End of Gay è uno strumento da utilizzare per ridefinire il ruolo che il sesso gioca nelle nostre vite e nel senso di noi stessi… Non fornisce alcuna prova conclusiva per generare una certezza assoluta. Richiede introspezione piuttosto che fornire un’esposizione definitiva. E ti chiede di accettare il sesso come una delle parti della vita, insieme all’amore, al tempo libero, alla famiglia e all’amicizia, che, se viziato in modo espansivo e intensivo senza limiti stabiliti da nessuno oltre a te stesso, conduce più direttamente alla fine ultima della vita, che è la felicità”. — da La fine del gay Il gay è una fase. Non qualcosa che le persone attraversano nell’adolescenza, ma come il femminismo, un movimento culturale e storico, sulla strada per qualcosa di più grande. In questo libro perspicace e provocatorio sul sesso alla fine di un’era, Bert Archer sostiene che le categorie della sessualità umana sono più fluide che mai. Ci sono state molte discussioni sul mainstreaming del gay – da “Lola” dei Kinks a Calvin Klein a Ellen – ma poco è stato detto sull’effetto che ha avuto sul modo in cui tutti ci vediamo. Archer suggerisce che la rilevanza in declino dell’identità gay significhi anche l’inevitabile morte dell’eterosessualità. Attraverso il prisma del suo passato e presente sessuale, con un’ampia gamma di riferimenti alla cultura pop, alla letteratura e alla storia, Archer ripercorre l’ascesa e l’imminente caduta del gay. Lungo la strada, cita esempi storici di maggiore liberazione sessuale, abbracciando le lezioni di quei precedenti come modelli per i nostri tempi meno inibiti. Celebrando l’arte che esprime amore e passione senza vincoli di genere, Archer rivendica Shakespeare e Prince, Goethe e Madonna, come icone per una nuova era più aperta del sesso. Stimolante, intelligente, coinvolgente e divertente, The End of Gay è un’opera audace che attende con impazienza le vaste possibilità dell’amore senza etichette.
The End of Gay non è un libro di auto-aiuto; non ti dirà cosa fare o come agire. È, infatti, l’opposto di un libro di auto-aiuto. The End of Gay è uno strumento da utilizzare per ridefinire il ruolo che il sesso gioca nelle nostre vite e nel senso di noi stessi. Anche se generalmente si può dire che progrediamo come società nella nostra comprensione di noi stessi, del nostro posto nel mondo e dei vari meccanismi di quel mondo, in materia di sesso e sessualità, per tutta una serie di ragioni, ma principalmente a causa della religione , non abbiamo. In materia sessuale, abbiamo preso strade con vicoli ciechi, siamo tornati indietro, abbiamo percorso lunghe distanze in direzioni interessanti solo per imbatterci in blocchi stradali, e in generale non si può dire di nessuna società in nessun momento che sia stata sessualmente liberata o progressista. Anche se ci sono state opportunità di tanto in tanto — l’Inghilterra immediatamente prima di Cromwell, per esempio, o il Canada e gli Stati Uniti, diciamo, dal 1967 al 1972 o giù di lì. Questo libro suggerisce che ora siamo nel mezzo di un’altra opportunità del genere. The End of Gay non fornisce prove conclusive per generare una certezza assoluta. Richiede introspezione piuttosto che fornire un’esposizione definitiva. E ti chiede di accettare il sesso come una delle parti della vita, insieme all’amore, al tempo libero, alla famiglia e all’amicizia che, se viziati in modo espansivo e intensivo senza limiti stabiliti da nessuno oltre a te, portano più direttamente alla fine ultima della vita, che è la felicità.
B. Acher
Buona lettura🏳🌈
Dr. House e similitudini.
Le similitudini tra Gregory House e il famoso detective immaginario Sherlock Holmes appaiono nel corso della serie; Shore ha spiegato di essere sempre stato un fan di Sherlock Holmes e di ritenere uniche le caratteristiche del personaggio, l’indifferenza che ha nei confronti dei suoi clienti. La somiglianza è evidente in vari elementi della trama della serie.
Infatti gli approcci poco ortodossi che House usa per fare le diagnosi, cure estreme e una prode psicologia e razionalità nel risolvere i casi, così come la sua riluttanza nell’accettare i casi che non lo interessano, sono stati più volte causa di conflitto tra lui e i suoi colleghi. Il medico mostra anche carente simpatia per i suoi pazienti e non li va quasi mai a visitare, una pratica che gli permette di avere maggior tempo a disposizione per risolvere enigmi patologici.
Grande parte della trama è incentrata sull’uso di Vicodin da parte di House, per gestire un dolore originato da un infarto avvenuto molti anni prima al suo muscolo retto del quadricipite femorale, un infortunio che lo costringe a camminare col bastone. Nonostante i suoi colleghi, i dottori James Wilson e Lisa Cuddy, lo abbiano incoraggiato ad andare in riabilitazione varie volte, finora, nessun tentativo ha avuto successo. Questa dipendenza è una delle molte somiglianze con Sherlock Holmes, che era dipendente dalla cocaina. Entrambi inoltre sperimentano altre droghe, come la morfina.
Somiglianze con altri personaggi letterari.
È interessante sapere che la creazione del personaggio del famoso detective fu a sua volta ispirata da un dottore che Arthur Conan Doyle conobbe all’ospedale di Edimburgo dove era andato dopo aver ottenuto il master in chirurgia. Questo medico chirurgo scozzese, Joseph Bell, di cui Doyle divenne anche assistente per un breve periodo, era un medico freddo e brillante, che utilizzava nel suo lavoro un metodo scientifico e grandi abilità deduttive attraverso l’osservazione, tanto che, come descrive Doyle stesso, esaminando uno sconosciuto riusciva a indovinarne, in base all’aspetto, l’occupazione e le recenti attività. Perciò il personaggio di House può essere visto come l’idea che chiude il cerchio di Sherlock Holmes.
Fonte wikipedia.
Stecchiti e censiti.
Stecchiti & censiti: l’enciclopedia illustrata di tutti i modi in cui si passa a miglior vita (The Portable Obituary: How the Famous, Rich, and Powerful Really Died) è un saggio pubblicato da Michael Largo nel 2007.
In questo testo, utilizzando uno stile ironico, lo scrittore statunitense elenca in rigoroso ordine alfabetico più di 450 voci relative alle possibili cause di morte che possono colpire gli esseri umani (si va dall’affogare nella melassa alle malattie sessualmente trasmissibili, dalle montagne russe alla combustione spontanea). Il tutto è integrato da episodi di morte documentati e da 400 fotografie.
Il libro è alquanto curioso. Siamo davanti, infatti, a una vera e propria enciclopedia illustrata contenente tutti i modi in cui si passa a miglior vita. Un lavoro immenso, che ha occupato l’autore per ben 10 anni nella documentazione di tutte le cause di morte dell’età contemporanea.
Dopo una breve introduzione, in cui si riflette sulla morte nella contemporaneità, si passano in rassegna le cause di morte in ordine alfabetico. È davvero sorprendente come moltissime cose che compiamo quotidianamente e, spesso, senza nessun pensiero, possono essere cause di morte.
Ogni voce è accompagnata da foto o illustrazioni, dalla descrizione della vicenda che ha portato alla morte dell’individuo e dal numero di decessi registrati.
Come ci suggerisce l’autore, che nel Settecento le cause di morte erano meno di 100, mentre oggi se ne registrano molte di più. L’evoluzione tecnologica e la nuova società contemporanea, infatti, nonostante abbiano indubbiamente migliorato molti aspetti della vita, hanno anche introdotto nuovi modi di morire.
Il testo, nonostante la sua ironia, ci offre dati accuratamente documentati sui modi di morire della storia passata e contemporanea.
Non soltanto cause di morte.
All’interno della pubblicazione di Michael Largo, nella parte finale, ci sono descritti anche usi e costumi legati alla cultura funebre e una raccolta di epitaffi.
Lo sguardo dell’autore sulla morte sembra così a 360 gradi, non parlando esclusivamente dei modi in cui si può morire, ma anche dell’impatto che queste morti hanno avuto con la società.Il lettore è guidato a scoprire i modi più strani e impensabili che possono causare la morte degli individui, dimostrando come la morte è una presenza costante nelle nostre esistenze e che può avvenire anche per cause apparentemente innocue.
Fonti: wikipedia.it – parliamodimorte.fustikale.com

