La morte ti fa bella.

1978,Helen Sharp, un’aspirante scrittrice, presenta al suo fidanzato Ernest Menville una sua ex-compagna di classe, Madeline Ashton. Madeline è un’attrice di scarsa fama, assetata di gloria e che detesta Helen; per rovinarle la vita seduce Ernest e lo sposa. Helen ne rimane sconvolta e perde la voglia di vivere, tanto da divenire una gattara obesa, che guarda ossessivamente una scena di un film in cui Madeline viene strangolata. Ricoverata in un manicomio non riesce ancora a riprendersi, salvo poi avere una illuminazione in seguito ad una frase di una dottoressa.

1992: la brillante carriera da chirurgo di Ernest si sfascia a causa del suo alcolismo, così come il matrimonio con Madeline. Costretto ad abbandonare la chirurgia, l’uomo lavora truccando e rendendo presentabili i cadaveri dei vip.

Quando Madeline riceve un invito alla presentazione del libro di Helen, aspettandosi di vederla ancora grassa e cadente, decide di apparire al meglio possibile per farla sfigurare ancora di più. Si reca quindi al suo centro estetico ma si vede rifiutata la possibilità dell’ennesimo trattamento estremo a cui ricorre sempre più spesso per mantenere l’aspetto seducente di un tempo. Il direttore del centro le fornisce un biglietto da visita per una clinica privata, ma Madeline, convinta che la stia prendendo in giro, lo getta via.

La diva va al ricevimento e trova Helen magra, elegante ed in perfetta forma, ancora giovane e sensuale. Madeline quindi spia la donna mentre parla in privato con Ernest e vede che anche il marito ne è rimasto incantato. Dopo essere stata scaricata dal proprio giovane amante, Madeline ha un crollo e si dirige verso l’indirizzo datole dal direttore del suo centro estetico. La donna conosce Lisle von Rhoman, una strana giovane dalla bellezza divina, che le fa scoprire l’esistenza di un elisir di lunga vita che ridona bellezza, giovinezza e vita eterna. Lisle le rivela di avere bevuto l’elisir anni prima divenendo immortale e di avere compiuto da poco settantuno anni. Il prezzo è spropositato, ma dopo averne provato una sola goccia su una mano, che ringiovanisce all’istante facendo scomparire rughe e macchie, decide di comprare subito l’intera fialetta e dopo averlo bevuto tutto ringiovanisce di 30 anni. Lisle, tuttavia, l’avverte che ora che è divenuta immortale come lei ed altri, potrà continuare la sua carriera per altri dieci anni al massimo, ma che poi dovrà sparire dalla circolazione prima che la gente inizi a sospettare qualcosa, consigliandole di inscenare una sua finta morte, per potersi così unire alla congrega. Lisle l’avverte anche di fare molta attenzione col suo nuovo corpo e di trattarlo bene perché i danni e le ferite non guariranno più come prima.

Intanto Helen, per vendicarsi della sua rivale, istiga e organizza con Ernest un uxoricidio, secondo uno schema preciso che porterebbe alla morte di Madeline senza alcun sospetto da parte delle autorità. Ernest invece, in uno scatto d’ira, spinge la moglie dalle scale, per scoprire con sgomento che Madeline non sia morta nonostante il collo fratturato. Dopo aver consultato un dottore che muore d’infarto dopo essersi reso conto che la donna non è più in vita, Ernest si convince che Madeline sia stata miracolata, e decide di riportala a casa per sistemare il suo aspetto cadaverico col trucco.

Accorre Helen, e Madeline spara con un fucile alla donna, ma questa non muore e si rialza con un buco nello stomaco. Si scopre che anche Helen prese l’elisir da Lisle; dopo un violento duello a colpi di badile le due si danno tregua e convincono Ernest a renderle più umane con vernice color carne. Le due si rendono conto che ormai avranno per sempre bisogno dell’abilità di Ernest nel rimettere a posto il loro corpo, quindi decidono far bere anche a lui l’elisir: lo rapiscono e lo consegnano a Lisle.

In quella serata, annualmente, la donna organizza un ricevimento al quale partecipano anche alcuni famosi divi creduti morti. Nel mentre Lisle cerca di convincere Ernest a bere l’elisir e, sebbene all’inizio ne rimanga affascinato, rifiuta di assumerlo, considerando la vita eterna e l’eterna giovinezza come una maledizione (celebre la domanda: «E poi? E se mi annoio?», a cui nemmeno Lisle sa rispondere). Sebbene inseguito dai tirapiedi di Lisle, Ernest riesce a scappare dal castello. Helen e Madeline provano a cercarlo, ma di Ernest non c’è traccia e, non potendo entrare nella congrega, devono aiutarsi l’una con l’altra per riuscire a tenere insieme il corpo ormai sfasciato.

2029: Ernest si è ricreato una vita con un’altra donna e ha avuto sei figli naturali e ne ha adottati altri da tutto il mondo; ora è morto e al suo funerale ci sono, nascoste, anche Madeline e Helen, ridotte a due cadaveri ambulanti dall’aspetto orribile. Il sacerdote, dopo aver raccontato alcuni aneddoti sulla vita di Ernest, tra cui la favola degli “zombie di Hollywood” è sul punto di rivelare quale sia il vero elisir di lunga vita. Tale notizia fa bloccare Madeline e Helen che se ne stavano per andare, ma rimangono deluse quando il sacerdote rivela che l’elisir in realtà sono i figli e la famiglia, attraverso cui il ricordo di una persona può vivere a lungo. Le due donne se ne vanno battibeccando vicino alle scale, cadendo e riducendosi in frantumi, e tuttavia vive, a causa dell’elisir. Fonte Wikipedia.

La morte ti fa bella (Death Becomes Her) è un film del 1992 diretto da Robert Zemeckis, sicuramente un cast d’eccezione per l’anno in cui fu girato. Black humor e fantasy per 99 minuti di spensieratezza.

Lars Von Trier



Cupissima visione di Von Trier.

La situazione della razza umana non è che sia così incoraggiante, i cicli vichiani lasciano i tempi che perdono… “il caos regna”, verità facilmente confutabile se pensiamo che perfino Spinoza disse che è impossibile che l’uomo non sia parte della natura e possa non subire altri mutamenti diversi da quelli che si possono conoscere mediante la sua sola natura e dei quali egli è causa adeguata.

La potenza, mediante la quale le cose singole, e quindi l’uomo, conservano il loro essere, è la potenza stessa di Dio / Satana e quindi della natura, non in quanto è infinita, ma in quanto è il tutto, quindi la potenza dell’uomo in quanto si esplica mediante la sua essenza attuale, è parte dell’infinita potenza, cioè dell’essenza di Dio, ossia della natura.

La protagonista dice:

“La natura è il tempio di satana”

Questo è il fulcro dell’opera, la natura vista come esito puramente malvagio e l’atto sessuale, che è uno dei momenti clou nel quale questa natura animale ed umana si esplica, è impura senza se e senza ma, il piacere sessuale stesso si origina da fantasie che sono violente, raccapriccianti, grottesche, oblique, direi folli per non dire fantasiose, la protagonista si taglia il clitoride per espiare (lascia di fatto cadere il figlio proprio al culmine dell’orgasmo).

Come diceva anche il primo Freud, ci sono forze pulsionali che sono al servizio della morte, non solo della vita. Queste pulsioni di morte, la cui meta è la soppressione di ogni tensione energetica e il ripristino di uno stato inorganico, il drammatico dualismo tra vita e morte, hanno un carattere regressivo, ovvero la tendenza a ripristinare uno stato anteriore.

La scoperta di questo carattere regressivo della pulsione, insieme all’individuazione delle pulsioni di morte spinse Freud a formulare una paradossale concezione monistica secondo la quale tutte le pulsioni che operano nella vita umana sono pulsioni di morte.
Queste pulsioni sono perciò destinate a dare la falsa impressione di essere forze che tendono al cambiamento ed al progresso, mentre, in realtà, esse cercano semplicemente di raggiungere un’ antica meta seguendo vie ora vecchie, ora nuove, ogni cosa che vive muore per cause interne, tornando allo stato inorganico. Allora bisogna anche avere il coraggio di dire come fecero sia Freud che Lacan che ” la meta di ogni vita è la morte e nient’altro”.

In questo quadro alle pulsioni di auto conservazione viene assegnato il compito di garantire all’organismo il suo cammino verso la morte, l’organismo desidera inconsciamente solo di morire a modo suo.

Oltre il dualismo vita / morte, Von Trier analizza il dualismo maschile/femminile; solamente facendo fuori la parte femminile il protagonista nelle battute finali torna in pace col mondo, in quanto ha superato il dualismo, l’apollineo si è disfatto del dionisiaco, ha imparato a provocare dolore, il dualismo si è risolto. Dafoe ora uomo libero le dà fuoco come si faceva con le fattucchiere.

Così quando l’esercito femminista di donne senza volto, streghe giustiziate al rogo colpevoli di tentare di sovvertire “l’ordine divino delle cose” (oggi più che mai in epoca di deregolamentazioni e di neoliberismo giacobino femminista massonico), viene giù dalla collina, Dafoe ci passa attraverso con lo sguardo e quasi non fa più caso a loro, quasi come un castrato, quasi come se si sia davvero liberato.

“A questo buio dentro noi femmineo e la luce del giorno disastro”

da weltanschauung.info

Elephant

Elephant è un film del 2003 diretto da Gus Van Sant, vincitore della Palma d’oro al miglior film e del premio per la miglior regia al 56º Festival di Cannes.

È liberamente ispirato al massacro della Columbine High School nel 1999.

Il titolo allude al proverbiale elefante nella stanza, metafora di un problema che tutti vedono ma di cui nessuno vuole parlare, ed è una citazione dell’omonimo film del 1989 diretto da Alan Clarke, sulla violenza settaria nell’Irlanda del Nord.
Fonte Wikipedia
Se pur son passati anni dalla sua uscita , rimane sempre emozionante riguardarlo , ci si trova ipnotizzati in una liturgia profana.

Departures (2008)

Giovane violoncellista rimasto senza lavoro torna con la moglie nella città natia, nella casa della sua infanzia. Accetta un posto di cerimoniere funebre: lavare, vestire, truccare e sistemare i defunti nella bara. Inizi difficili, esperienze traumatiche, il disagio di non rivelare alla moglie il mestiere che fa per permetterle di continuare gli studi. Ma grazie al vecchio istruttore impara l’antica dignità del suo compito, una migliore conoscenza di sé stesso, l’occasione di rappacificarsi con il passato, il conforto ai parenti dei morti, la capacità di convivere con il dolore. Film dolente e intenso nella sua analisi, particolarmente significativo per gli spettatori che in Occidente vivono in una cultura incline all’inutile rimozione della morte, spesso incapaci di darle il rispetto e l’onore che merita. Ha il suo culmine emotivo nella morte del padre, che aveva abbandonato il protagonista bambino. La commozione è sempre controllata, sublimata negli intermezzi musicali al violoncello. Fotografia: Takeshi Hanada. Musiche: Joe Hisaishi. Oscar 2008 per il miglior film straniero.