Le cere di Cronenberg

Se avete un pò di tempo non posso che invitarvi a visitare la mostra presso la Fondazione Prada di David Cronenberg : Cere anatomiche.

La mostra riunisce tredici ceroplastiche del XVIII secolo provenienti dalla prestigiosa raccolta del museo fiorentino, e una serie di settantadue copie espositive di disegni anatomici raccolti in nove vetrine. In particolare, sono presentate quattro figure femminili distese, tra le quali una delle opere più importanti della collezione del museo La Specola, la cosiddetta Venere, un raro modello con parti scomponibili conosciuto per la sua bellezza.
Un inedito cortometraggio, realizzato da David Cronenberg negli spazi della Specola, introduce queste quattro cere in una dimensione alternativa, esplorando temi come la fascinazione per il corpo umano e le sue possibili mutazioni e contaminazioni. Il film di Cronenberg rivela la dimensione vitale e sorprendente delle ceroplastiche con l’obiettivo di generare una pluralità di nuove risposte emotive, suggestioni intellettuali e intense reazioni.

Come spiega David Cronenberg: “Le figure di cera della Specola furono create prima di tutto come strumento didattico, in grado di svelare i misteri del corpo umano a chi non poteva accedere alle rare lezioni anatomiche con veri cadaveri tenute nelle università e negli ospedali. Nel loro tentativo di creare delle figure intere parzialmente dissezionate, il cui linguaggio corporeo ed espressione facciale non mostrassero sofferenza o agonia e non suggerissero l’idea di torture, punizioni o interventi chirurgici, gli scultori finirono col produrre personaggi viventi apparentemente travolti dall’estasi. È stata questa sorprendente scelta stilistica che ha catturato la mia immaginazione: e se fosse stata la dissezione stessa a indurre quella tensione, quel rapimento quasi religioso?”

Il progetto si configura come un duplice intervento: la narrazione scientifica e quella artistica prendono forma in due allestimenti indipendenti realizzati dall’agenzia creativa Random Studio. Al primo piano del Podium le cere del museo La Specola sono esposte seguendo un rigoroso approccio museale. Al piano terra le stesse opere accedono all’immaginario del regista diventando le protagoniste di un enigmatico processo di metamorfosi.

Tutto questo potete visitarlo dal 24 marzo al 17 luglio 2023

Fondazione PRADA

LARGO ISARCO, 2
20139 MILANO

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Flash light.

Nudity, sensitive contenents.

La vita è un film; la morte è una fotografia. – Susan Sontag

Il fotogiornalismo, in particolare, è intrinsecamente legato al soggetto, poiché, sin dal suo inizio, è stato saldamente fondato sulla guerra, con Roger Fenton, Valle dell’ombra della morte, (uno degli oltre trecento catturati durante la guerra di Crimea) la prima rappresentazione iconica di questo tipo. Come tutte le sue immagini, la morte umana non è raffigurata, ma le centinaia di palle di cannone che tappezzano la strada, simboleggiano lo spargimento di sangue che ha avuto luogo lì.

Gli ultimi anni hanno visto immagini sorprendenti che rappresentano la morte di un tipo diverso: quella del nostro pianeta. Poche regioni esemplificano questa distruzione ecologica in modo più vivido della foresta pluviale amazzonica; il più grande del mondo, comprende oltre la metà della restante foresta pluviale della terra, ma è in rapido declino, accelerato in modo drammatico dai recenti incendi che hanno avvolto gran parte della regione.

Fotografo spagnolo Sebastián Liste ha documentato gran parte della devastazione, inclusa questa straordinaria immagine di una chiesa travolta dalle fiamme. Intriso di simbolismo apocalittico: il bagliore infernale delle fiamme che penetrano nell’oscurità; la croce solitaria; agisce sia come un cupo testamento degli incendi, sia come potente metafora della distruzione del nostro pianeta nel suo complesso.

Come abbiamo visto, il rapporto della fotografia con la morte è sia lungo che storico; un rapporto che ha prodotto alcune delle immagini più importanti della storia e che senza dubbio continuerà. L’incombente ineludibilità della morte lo rende un argomento che risuona profondamente con tutti noi.

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Come le opere sopravvivono al tempo.

L’espressione artistica osa affrontarne ogni tematica superando le reticenze che nella cultura contemporanea hanno reso complesso il rapporto tra vita e morte. Non sappiamo se per l’audacia tipica dell’arte o per la “compliance”, ma l’arte sopravvive alla morte stessa. L’arte sopravvive all’artista che la genera e dura a lungo nel tempo. Se pensiamo alla vita media di un’opera d’arte, anche la più fragile, comprendiamo essere di gran lunga superiore alla vita degli esseri umani e già questo dice molto del rapporto tra arte, vita e morte.

L’aspetto dell’arte che coinvolge la disciplina della conservazione e restauro è l’aspetto della conservazione materiale delle opere d’arte. L’obiettivo di conservare l’opera d’arte nel tempo nel suo aspetto materiale. In una dimensione vitale.
Partendo dal presupposto che l’arte si esprime attraverso l’elaborazione sapiente della materia, per lo stesso assioma, letto in maniera inversa, la materia che ci attornia attraverso mani sapienti e menti creative diviene arte. Questa premessa è doverosa perché l’arte, soprattutto quella antica, è spesso costituita nella sua essenza fisica da materie semplici, materie prime tratte dalla natura. In fondo, se si escludono i materiali di sintesi, anche il mondo che ci circonda è costruito a partire da materie prime naturali piuttosto semplici, reperibili in natura. Considerazioni che possono valere per tutta l’arte dai secoli più remoti sino a gran parte dell’arte recente, tranne che per certi filoni dell’arte contemporanea i cui supporti per le espressioni artistiche meriterebbero un discorso a parte, poiché possono essere videoregistrazioni, audio o supporti immateriali. Tuttavia, pur nella specificità del mezzo espressivo, anche in quel caso potremmo individuare lo stesso sapiente presupposto di gestione dello strumento virtuale anziché della materia.
In definitiva i manufatti artistici hanno una vita che, seppur più lunga di quella umana, ha comunque un tempo più o meno prevedibile. La disciplina del restauro ha come obiettivo principale la cura e la conservazione dei manufatti nella loro essenza materiale, ha la finalità di allungare la vita della materia che compone le opere d’arte.
Il concetto di cura e conservazione delle opere d’arte è piuttosto complesso e coinvolge discipline umanistiche e scientifiche allo stesso tempo, l’utilizzo di materiali della tradizione e sperimentazione degli ultimi ritrovati delle innovazioni tecnico scientifiche.
Per semplificare potremmo individuare una duplice componente dell’azione conservativa di un’opera: una pertinente alla sfera umanistica, quella attinente all’ambito concettuale che definisce l’obiettivo, il fine e le caratteristiche estetiche dell’intervento conservativo. E un’altra, la seconda, quella scientifica, che stabilisce il percorso e le modalità conservative dell’intervento partendo dalla specifica e peculiare materia che compone l’opera. Per affrontare questo secondo aspetto dovremmo entrare in dettagli che attengono alla sfera della chimica e della fisica, della compatibilità tra i materiali antichi e quelli contemporanei ed esplicare il concetto basilare della reversibilità dell’intervento di restauro.
In sostanza il restauro è una continua lotta ideale tra bene e male; si tratta di una disciplina piuttosto recente, una materia dove nulla è chiaro, palese e scontato, una disciplina che richiede metodo, attenzione e studio. Flessibilità nel modificare l’atteggiamento e il percorso a seconda delle esigenze specifiche che il singolo caso potrà porre.
Per fare un esempio, conservare un manufatto deve consentire la vita dello stesso e dovrà perciò evitare che gli interventi divengano “mummificazioni”. Premesso che il restauro, come ogni attività e disciplina umana, è soggetto alle mode e a variazioni di atteggiamento conservativo.

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