Dark matter is really dark, but not totally dark: Scientists are dialing in the darknessBy Rachel Feltman

A few weeks ago, we reported that dark matter — the mysterious, quite unknowable stuff that makes up a large portion of the mass of the universe — was even darker than previously thought. Now the same researchers involved in that study report that dark matter may be super-duper dark, but it isn’t totally dark. Their new findings were published Tuesday in the Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

I’d like to again suggest that we start calling this stuff “idk matter,” which at least one scientist involved in the studies supports me on:

But okay, okay, dark matter: The “darkness,” in this case, refers to the matter’s ability to not interact with itself, or anything at all but gravity: When clusters of galaxies collide, it seems that the dark matter inside them can butt up against other dark matter (and gas and dust) without slowing down. If you’ve ever collided with another human (or a wall), you know this isn’t how “normal” matter works.

[Dark matter is apparently ‘darker’ than we thought]

In the new study, the researchers turned their gaze from galaxy clusters to four individual galaxies colliding simultaneously. When they studied collisions on that scale, they saw that clumps of dark matter lagged behind their galaxies in the aftermath — something that they believe to be the result of tiny bits of friction created during the collision.

Lead author Richard Massey of Durham University’s Institute for Computational Cosmology explained that the two studies don’t contradict each other.

“In our previous work we said, wow, dark matter interacts very little with anything,” he said. “In this new study we’re saying, okay, so it’s less than point five, but not zero.”In between nothing and very little, he said, is the mystery of dark matter just waiting to be solved. And now he and his colleagues can continue to home in on its behavior.

“We looked at a galaxy that’s moving through a big soup of dark matter, and sure enough we’ve seen that dark matter has ended up — for whatever reason — in a different place.”

[Scientists are creating the first maps of the universe’s dark matter]

Five thousand light years away from its galaxy, in fact. That suggests that the dark matter interacted with something other than gravity to steer it off course.

The results are far from definitive, and Massey and his team hope to use more time with the Hubble to look for signs of dark matter and its interaction with the rest of the universe.It’s just really exciting, because for about 10 years now, the news has all been about how little dark matter interacts. It seems to do less and less,” Massey said. “But finally, dark matter seems to be doing something! It seems to care about the world around it.”

By Rachel Feltman

April 14, 2015

by The Washington Post

A volte ritornano.

foto: U.A.A.R

Il morto vivente, detto anche non morto o morto che cammina (in inglese undead, in francese revenant), è una creatura mostruosa immaginaria generata dalla resurrezione di un cadavere. L’accezione morto vivente può riferirsi a vari tipi di creature fantastiche, come ad esempio vampiri, zombie, mummie, personaggi di serie fantasy e giochi di ruolo.

In ambito letterario e cinematografico i morti viventi si sono spesso accavallati o confusi con gli zombie. Lo zombie (o italianizzato zombi) è una parola di origine haitiana collegata ai miti del vudù (o voodoo), e si riferisce ad uno spirito evocato con riti magici dall’aldilà che si incarna in un cadavere. Figura quanto mai leggendaria, su cui si è molto speculato, specialmente durante la dittatura sull’isola della famiglia Duvalier.

A partire però dalla metà circa del XX secolo, il morto vivente ha assunto una forma diversa da quella dello zombie haitiano, che, seppur ancora legata in parte a quella dello zombie (e del quale spesso mantiene la definizione), si è modificata in favore di una nuova immagine più corrispondente alla natura delle paure di una società occidentale moderna. Tale tipologia di morto vivente ha avuto il suo sviluppo principalmente attraverso il cinema e la narrativa.Nella letteratura fantastica del XVIII secolo, il “revenant” veniva generalmente correlato al tema della necromanzia. Spesso il revenant stesso era uno stregone tornato dal regno dei morti, o un altro essere umano riportato in vita da un negromante come suo schiavo. Nella maggior parte dei casi si trattava di un essere umano malvagio, per esempio un assassino. Per alcune fonti esisteva un nesso anche fra il ritorno alla vita come revenant e l’essere “nato con la camicia”, ovvero con la membrana amniotica sul corpo o sulla testa.

Il revenant è in genere un non morto con poteri magici fortissimi; nel caso sia stato risvegliato da un necromante, può succedere che i poteri magici del non morto siano superiori a quelli del suo “padrone”. Il folklore vuole che se chi governa il revenant dovesse morire, il revenant stesso cesserebbe di esistere perché mentalmente ed “energicamente” legato al suo padrone.

Per impedire ad una persona morta di diventare un revenant, la leggenda vuole che si dovessero infilare dei chiodi benedetti nel cranio, oppure amputargli arti e testa per segregarlo per sempre nel buio della tomba. La figura del revenant è stata recuperata da diverse opere di letteratura horror e fantasy moderne, nonché da altre forme di finzione come i giochi di ruolo. Un esempio è il mostro Revenant nella serie di videogiochi Final Fantasy, dove il Revenant è appunto, un tipo di mostro umanoide della classe non-morto o zombie, a volte con arti mancanti.Secondo poi un’ottica prettamente religiosa la figura del morto vivente cinematografico incarna l’immagine stessa del mito dell’Apocalisse di Giovanni (o Libro della Rivelazione) – dove è scritto che al finire dei tempi i morti resusciteranno dalla tomba per il Giudizio Finale.

How did Shakespeare die?

We don’t know the cause of Shakespeare’s death, but there is a theory that Shakespeare died after contracting a fever following a drinking binge with fellow playwrights Ben Jonson and Michael Drayton. The source of this theory is John Ward, the vicar of Holy Trinity Church in, who wrote many years after Shakespeare’s death that “Shakespeare, Drayton, and Ben Jonson had a merry meeting, and it seems drank too hard; for Shakespeare died of a fever there contracted.” Most historians agree, however, that given Stratford upon Avon’s reputation for scandalous stories and rumors in the 17th  Century this an overblown anecdote with no base in fact.

A more convincing theory is that Shakespeare was sick for over a month before he died. The evidence comes from the fact that on 25 March 1616 (just 4 weeks before his death) Shakespeare dictated his will – in keeping with the 17th Century tradition of drawing up wills on one’s deathbed. This suggests  Shakespeare could have been aware his life was coming to an end. Some scholars also point to his signature on his will being somewhat shaky, giving evidence of his frailty at the time.Despite all of the theories, the cause of Shakespeare’s death at the age of just 52 will likely remain a mystery.

But living in Elizabethan England where the average life expectancy was just 35 years, Shakespeare died a grandfather after living a relatively long and healthy life.

from nosweatshakespeare.com

Lars Von Trier



Cupissima visione di Von Trier.

La situazione della razza umana non è che sia così incoraggiante, i cicli vichiani lasciano i tempi che perdono… “il caos regna”, verità facilmente confutabile se pensiamo che perfino Spinoza disse che è impossibile che l’uomo non sia parte della natura e possa non subire altri mutamenti diversi da quelli che si possono conoscere mediante la sua sola natura e dei quali egli è causa adeguata.

La potenza, mediante la quale le cose singole, e quindi l’uomo, conservano il loro essere, è la potenza stessa di Dio / Satana e quindi della natura, non in quanto è infinita, ma in quanto è il tutto, quindi la potenza dell’uomo in quanto si esplica mediante la sua essenza attuale, è parte dell’infinita potenza, cioè dell’essenza di Dio, ossia della natura.

La protagonista dice:

“La natura è il tempio di satana”

Questo è il fulcro dell’opera, la natura vista come esito puramente malvagio e l’atto sessuale, che è uno dei momenti clou nel quale questa natura animale ed umana si esplica, è impura senza se e senza ma, il piacere sessuale stesso si origina da fantasie che sono violente, raccapriccianti, grottesche, oblique, direi folli per non dire fantasiose, la protagonista si taglia il clitoride per espiare (lascia di fatto cadere il figlio proprio al culmine dell’orgasmo).

Come diceva anche il primo Freud, ci sono forze pulsionali che sono al servizio della morte, non solo della vita. Queste pulsioni di morte, la cui meta è la soppressione di ogni tensione energetica e il ripristino di uno stato inorganico, il drammatico dualismo tra vita e morte, hanno un carattere regressivo, ovvero la tendenza a ripristinare uno stato anteriore.

La scoperta di questo carattere regressivo della pulsione, insieme all’individuazione delle pulsioni di morte spinse Freud a formulare una paradossale concezione monistica secondo la quale tutte le pulsioni che operano nella vita umana sono pulsioni di morte.
Queste pulsioni sono perciò destinate a dare la falsa impressione di essere forze che tendono al cambiamento ed al progresso, mentre, in realtà, esse cercano semplicemente di raggiungere un’ antica meta seguendo vie ora vecchie, ora nuove, ogni cosa che vive muore per cause interne, tornando allo stato inorganico. Allora bisogna anche avere il coraggio di dire come fecero sia Freud che Lacan che ” la meta di ogni vita è la morte e nient’altro”.

In questo quadro alle pulsioni di auto conservazione viene assegnato il compito di garantire all’organismo il suo cammino verso la morte, l’organismo desidera inconsciamente solo di morire a modo suo.

Oltre il dualismo vita / morte, Von Trier analizza il dualismo maschile/femminile; solamente facendo fuori la parte femminile il protagonista nelle battute finali torna in pace col mondo, in quanto ha superato il dualismo, l’apollineo si è disfatto del dionisiaco, ha imparato a provocare dolore, il dualismo si è risolto. Dafoe ora uomo libero le dà fuoco come si faceva con le fattucchiere.

Così quando l’esercito femminista di donne senza volto, streghe giustiziate al rogo colpevoli di tentare di sovvertire “l’ordine divino delle cose” (oggi più che mai in epoca di deregolamentazioni e di neoliberismo giacobino femminista massonico), viene giù dalla collina, Dafoe ci passa attraverso con lo sguardo e quasi non fa più caso a loro, quasi come un castrato, quasi come se si sia davvero liberato.

“A questo buio dentro noi femmineo e la luce del giorno disastro”

da weltanschauung.info

Pablo Neruda

Crepuscolo marino,
in mezzo
alla mia vita,
le onde come uve,
la solitudine del cielo,
mi colmi
e mi trabocchi,
tutto il mare,
tutto il cielo,
movimento e spazio,
i battaglioni bianchi
della schiuma,
la terra color arancia,
la cintura incendiata del sole in agonia,
tanti doni e doni, uccelli
che vanno verso i loro sogni,
e il mare, il mare,
aroma sospeso,
coro di sale sonoro,
e nel frattempo, noi,
gli uomini, vicino all’acqua,
che lottiamo e speriamo
vicino al mare, speriamo.
Le onde dicono alla costa salda:
Tutto sarà compiuto.
(Pablo Neruda)

EROS E THÁNATO

Eros e Thánatos 

l’Eros è l’amore mentre Thánatos è la morte, due concetti che vanno considerati su binari apparentemente opposti, ma che si attraggono vicendevolmente.

AMORE E CONOSCENZA

Thánatos (θάνατος) è il termine greco antico per morte. Nella mitologia greca Thánatos ne è il dio e presenta caratteristiche diverse. Talvolta è descritto come irremovibile: il suo cuore di pietra non conosce grazia, ai suoi artigli non sfugge nessuno, ai prescelti taglia con il coltello una ciocca di capelli. Contrariamente a sua sorella Ker, che personifica la morte crudele, Thánatos rappresenta anche la morte dolce. Il giovinetto Thanatos con un movimento calmo abbassa in silenzio e tristemente la fiaccola della vita. La vita si spegne. Accanto a Ker, Thánatos ha altri fratelli e sorelle, gli Oneiroi, i sogni, o le Moire che filano, reggono e tagliano il filo della vita. Ma il suo gemello è Hypnos, il sonno, col quale spesso viene rappresentato in coppia. Il superamento della morte è un tema antichissimo, che si rispecchia in varia maniera nei miti classici. Sisifo per esempio riesce a imprigionare Thanatos per un certo periodo, tenendo lontana la morte agli uomini; ma alla fine tutti vengono da essa vinti. In età medievale e moderna Thánatos riceve un altro compagno e antagonista nel dio adolescente Eros, in latino Amor. Insieme attraversano i paesi e lanciano le loro frecce – d’oro per l’amore, d’osso per la morte. Talvolta le scambiano e allora i vecchi si infiammano d’amore e i giovani ad esso vengono prematuramente strappati. La tesi della “cecità” dell’amore, l’idea che esso sia espressione di istinti e sentimenti e non anche di ragione e saggezza è comunque limitata nel tempo e decisamente minoritaria. Temporalmente più lunga e sostanzialmente più consistente è la tesi ispirata alla “mutua incrementazione” (U. Curi) di amore e conoscenza in filosofia, come mostra il termine stesso di filosofia che unisce amore e conoscenza. Oltre che nel testo chiave da esplorare (il Simposio di Platone, in cui Eros, se seguiamo la sua guida verso la bellezza, può farci diventare immortali), questa tesi può essere seguita in Platone, Aristotele, Spinoza, Bruno, Pascal, Schopenhauer, Nietzsche. Una specifica declinazione del nesso eros-thánatos è costituito nella storia di Giulietta e Romeo (Piramo e Tisbe, etc.), in cui ciascuno dei due amanti è confrontato con la morte dell’amato, realizzabile soltanto inscenando una prima morte simulata di uno dei due. Imponendo una volontaria rinuncia alla vita e superando l’ostilità originaria che ostacola l’amore, quest’ultimo risulta alla fine vittorioso, amor vincit omnia. Ma dimostra anche che l’unione è indissolubile dalla separazione, la felicità dal dolore, la vita dalla morte. In età contemporanea è Sigmund Freud che riporta a nuova vita la coppia, collocando i due opposti nella psiche dell’uomo. Amore e morte non sono più forze naturali cui l’uomo è soggetto ma forze interne: Eros dell’istinto di sopravvivenza, Thánatos dell’impulso di distruzione e di morte. La dualità dei due principi come pure la loro unione scatena osservazioni e riflessioni di vario genere, persino sul fenomeno moderno dell’archiviazione dei dati. Che sia un impulso, ossessione per sfuggire alla morte nell’aspetto della dimenticanza? Per mantenere la funzione vitale dell’Eros nel ricordo e nella memoria che l’archiviazione dei dati permette di conservare?

EROS, AGÁPE, AMORE DI SÈ

Eros nelle più antiche cosmogonie designa una delle divinità fondamentali identificata con la forza generatrice del mondo, dal VI secolo a. C. con il nome di Eros si indica il dio della passione amorosa, figlio di Ermes e Afrodite. L’eros come insegna Platone è nostalgia dell’assoluto, in grado di attuare nell’uomo la conversione dal sensibile al sovrasensibile. In Platone e in Aristotele e in generale nel mondo greco, l’eros ha carattere esclusivamente acquisitivo e non donativo. Di contro, nel pensiero cristiano l’eros viene identificato con l’amore carnale e concupiscente in contrapposizione alla agápe o carità, che è l’amore donativo verso Dio e verso il prossimo. Come è noto questo termine viene usato dalla versione greca dell’Antico Testamento e dal Nuovo Testamento per indicare l’amore di Dio per gli uomini e la forma di esistenza che in esso si fonda. Il Nuovo Testamento vi riconosce il nucleo centrale della rivelazione cristiana, affermando che «Dio è amore» (1 Gv 4, 8-16).

Nei vangeli sinottici Gesù connette indissolubilmente l’amore di Dio e l’amore del prossimo come i due aspetti del più grande comandamento (Mt 22, 36-40). L’amore cristiano (agápe, charitas) non deve colmare un proprio bisogno, ma si dà con sovrabbondanza e gratuità. Su questa linea Agostino riprese l’elevazione platonica, identificando l’amore con lo Spirito Santo: per tutto il Medioevo e il Rinascimento, dall’amore cortese allo Stilnovo, al neoplatonismo fiorentino si ebbe un’oscillazione tra l’amore sensuale profano e l’amore dell’estasi religiosa, con punte di esoterismo e di misticismo. Empirismo e razionalismo si riappropiarono invece dell’idea aristotelica di amore come soddisfazione di piacere o ricerca dell’utile, mentre con il romanticismo si ritrova un amore fortemente appassionato e velato di nostalgia per il divino. Contrapposto a eros e ad agápe, v’è l’amore di sé o amor proprio che, per i moralisti francesi del ‘600, in particolare B. Pascal e N. Malenbranche indica, rispettivamente, un sentimento naturale che porta alla ricerca della propria conservazione e una passione disordinata che porta ad amare soltanto e stessi. J. J. Rousseau stigmatizzò l’amor proprio come «un sentimento … nato nella società, che porta ogni individuo a prestare più attenzione a sé che a ogni altro». Nel ‘700 britannico la coppia di termini amore di sé-amor proprio venne usata nel dibattito sul paradosso di B. de Mandelville, che enuncia la dannosità della virtù e l’utilità del vizi. In A. Smith l’amore di sé si identifica con l’interesse, il movente che sta alla base del funzionamento del mercato. Dopo I. Kant, per il quale l’amore di sé «la sorgente di ogni male», la coppia dei termini in oggetto verrà soppiantata dal neologismo egoismo.

MORTE E CONOSCENZA

La sfida posta dalla morte alla conoscenza ha raggiunto uno dei momenti più alti nella nascita della filosofia. In Anassimandro la morte appare come passaggio doloroso ma temporaneo dell’eterno ciclo della natura; in Anassagora e negli atomisti come fase del processo creativo. Per Eraclito la morte e la vita si assimilano come parti di un unico movimento di metamorfosi. E ancora, la morte designa in Parmenide la condizione morale dell’uomo, che chiamato alla conoscenza della verità, non sa spogliarsi dell’attaccamento passionale al finito. Del resto la filosofia stessa è, per Platone, preparazione alla morte. Assunta come oggetto di pensiero la morte ha irretito la riflessione in uno dei più inquietanti problemi di metodo. Da Epicuro a L. Wittgenstein e a J.-P. Sartre la storia della filosofia occidentale è stata attraversata, a più riprese, dall’impensabilità della morte come regola aurea per l’esercizio di un corretto pensiero, che nulla può dire di ciò che gli è per natura estraneo, come appunto la morte. Quasi parafrasando la celebre affermazione di Epicuro contenuta nella Lettera a Meneceo: «quando ci siamo non c’è la morte, quado c’è la morte noi non siamo più», Wittgenstein ha scritto che «la morte non è evento della vita. La morte non si vive» (Tractatus logico-philosophicus, 1918).

THÁNATOS, FINITEZZA, PASSAGGIO, NULLA

La morte è per Sartre il rovescio di ogni possibilità, «la possibilità dell’impossibile» che venendo incontro dall’esterno «ci trasforma in esteriorità» (L’essere e il nulla, 1955). La rimozione della morte nell’alterità non ha tuttavia sottratto in modo definitivo il pensiero all’esperienza profonda di lutto che si radica nella coscienza e la travolge. Su questo terreno secondo Agostino (Confessioni) vita e morte tendono a fondersi. Posto dalla morte dinanzi alla possibilità di un non senso, il pensiero ha aperto e percorso più strade. Così per G. W. Leibniz non vi è morte perfetta (Principi della natura e della grazia fondati sulla ragione, 1714). Per I. Kant la supposizione di «un’esistenza che continui all’infinito» correlata a «una personalità dello stesso essere razionale (la quale si chiama immortalità dell’anima)», è insieme all’esistenza di Dio, un postulato dell’esperienza morale, che nel suo processo di miglioramento non può certo scorgere nella finitezza un limite invalicabile (Critica della ragion pratica, 1788). Per G. W. F. Hegel la morte ha una portata salvifica: essa pone fine alla negazione propria dell’essere individuale. Essa è «un nulla, la nullità manifesta» nella quale il finito si autolibera dalla finitezza; come nullità posta «è in pari tempo il superato e il ritorno al positivo» (Lezioni sulla filosofia della religione, 1821-31). E ancora, per L. Feuerbach e K. Marx la morte è affermazione dell’esistenza dell’essenza, vittoria della specie sul singolo. Analogalmente in A. Schopenhauer la morte segna il venir meno dell’apparenza. Infine sulla morte come possibilità non estraniante dell’esistenza si è concentrata l’attenzione di gran parte della filosofia contemporanea, soprattutto grazie agli sviluppi del pensiero ermeneutico e della ricerca fenomenologica. W. Dilthey fu tra i primi a indicare nella relazione della vita con la morte «il rapporto che caratterizza in modo più profondo e generale il senso del nostro essere» (Vita vissuta e poesia, 1905). M. Heidegger e M. Scheler hanno dedicato studi fondamentali all’analisi del volto intimo della morte e all’esperienza originaria del suo manifestarsi. In Heidegger (Essere e tempo, 1927) la morte si presenta come «la possibilità dell’Esserci più propria, incondizionata, certa e, come tale, indeterminata e insuperabile», che manifestandosi nell’angoscia pone l’uomo nella condizione di decidersi per un’esistenza autentica. Scheler colse nell’esperienza del tempo vissuto il luogo in cui si ha notizia originaria della morte; mentre E. Levinas – memore del monito di Rosenzweig di : «rimanere nel timore della morte» poiché essa: «non è ciò che pare essere, non è nulla, bensì un inesorabile, ineliminabile qualcosa» (La stella della redenzione, 1921) – avverte la necessità di non pensare più – versus Heidegger – il tempo a partire dalla morte, ma la morte a partire dal tempo: «è della morte dell’altro che sono responsabile al punto di includermi nella morte». In termini forse più accettabili: «Sono responsabile dell’altro in quanto egli è mortale […] La morte dell’altro: è questa la mia morte prima. È a partire da questa relazione, da questa deferenza alla morte dell’altro e da questo interrogare che è una relazione all’infinito, è a partire da ciò che bisognerà affrontare il tempo» (Dio, la morte, il tempo, 1993).

da Fondazione Filosofi lungo l’Oglio

Ti ricordi di Anubi?

Anubi (anche Anubis) dal greco Ἄνουβις, ellenizzazione dell’originale egizio inpw o anepw. È una divinità egizia appartenente alla religione dell’antico Egitto. Era il dio della mummificazione e dei cimiteri, protettore delle necropoli e del mondo dei morti (un suo epiteto era “Signore degli Occidentali” ed era rappresentato come un uomo dalla testa di sciacallo).

Nel costante evolversi del pantheon egizio, Anubi assunse funzioni diverse in vari contesti. Adorato, durante la I dinastia egizia (ca. 3100 a.C. – 2890 a.C.), come protettore delle tombe, finì per assumere anche le funzioni di imbalsamatore, inventore della mummificazione. Durante il Medio Regno (ca. 2055 a.C. – 1650 a.C.) fu sostituito da Osiride come signore dell’aldilà.

Una delle sue mansioni principali era di accompagnare le anime dei defunti nell’oltretomba, per poi compiere la pesatura del cuore decisiva per l’ammissione delle anime nel regno dei morti.Pur essendo una delle divinità egizie più antiche, rappresentate e menzionate, Anubi non aveva quasi alcun ruolo nei racconti mitologici dell’antico Egitto.

Era anche il dio protettore del XVII nomo dell’Alto Egitto, il cui capoluogo, Khasa, venne ribattezzato Cinopoli (“Città dei cani”) in epoca ellenistica, per il culto che vi veniva celebrato.

Anubi aveva numerosi titoli che coglievano i vari aspetti della sua complessa natura:

  • “Colui che presiede l’imbalsamazione[
  • “Colui che è sulla sua montagna” (intendendo la montagna dove erano scavati gli ipogei sepolcrali
  • “Quello della necropoli”
  • “Colui che è nell’ut” (imynutut, o out, era il termine che designava le bende delle mummie). Fonte Wikipedia