Dalla coltre alla carrozza funebre.

Verso il 45 d.C., a Roma, si consentì la libera costituzione dei collegia tenuiorum o collegia funeraticia, che avevano lo scopo principale ed esclusivo di attendere alle pratiche funerarie dei propri consoci. Oltretutto, iniziarono a formarsi le prime imprese funebri, i libitinarii, addetti ai funerali delle persone più ricche. Non si conoscono bene i riti, ma – afferma la dott.ssa Laura Gasbarrone –  come unica certezza si sa che i corpi erano cremati su pire di legno o inumati; la cremazione era il rito prevalente, e quindi le ceneri erano raccolte in un’urna funeraria e deposte in una nicchia ricavata in una tomba collettiva chiamata columbarium. Le esequie duravano più giorni.

Un’altra antica forma associativa, quella dei fossores, che sembra raggruppasse cristiani e chierici, si occupava prevalentemente del seppellimento dei defunti. Nel Medioevo la forma associativa dei collegia fu sostituita dalle confraternite laicali e cardine dell’azione di queste associazioni erano le sei opere di misericordia evangeliche, cui in seguito ne fu aggiunta una settima: la sepoltura dei morti in miseria.

A tal riguardo, le confraternite dedicarono ampio spazio nei loro statuti a questo momento cruciale della vita umana, che risultava particolarmente difficile per categorie di persone spesso ai limiti della sussistenza. Insomma, le confraternite divennero il gruppo sociale più vicino al defunto e quindi il più autorizzato a interessarsene, il più consono ad accompagnarlo e il più potente per proteggerlo nel passaggio da questo mondo all’altro. Una volta avvenuto il decesso, i confratelli – con croci e lumi accesi – si portavano dall’oratorio alla casa del defunto. Da quel momento nessuno più, tranne i confratelli, avevano qualche diritto su di lui, che veniva prelevato da casa e condotto processionalmente verso la chiesa o la cappella cimiteriale della confraternita. Solenne risultava il funerale con l’intervento del parroco e di tutti i confratelli, quattro dei quali portavano la bara, rivestita di un drappo, detto coltre, che copriva anche i portatori. Questi ultimi potevano seguire il percorso intravedendolo solo attraverso quattro buchi posti in corrispondenza degli occhi.Un accompagnamento che creava certamente un effetto di solennità e prestigio per il defunto, specialmente  quando il lungo corteo processionale si arricchiva della presenza di tante vesti religiose. I fratelli della Congrega della Morte di Somma, ad esempio, come recita lo statuto, uscivano in processione dalla cappella, vestiti con il consueto abito, cioè veste e gran cappuccio bianco, cappello bianco al fianco e con l’insegna del teschio con tibia e perone sul petto, in alto verso la spalla, giungevano alla casa del defunto fratello per prelevarlo. Seguiva il consueto funerale con lumi accesi in mano e recitazione di salmi. Fino agli inizi del XX secolo, le maggiori città vesuviane non possedevano un vero servizio funerario organizzato, pubblico o di un ente privato. Ecco che tutti i cittadini, uomini e donne, erano associati a una o più confraternite cittadine per assicurarsi una buona e, soprattutto, sicura morte. I nobili defunti venivano sotterrati nelle chiese di appartenenza ad sanctos (vicino ai santi), mentre per il popolino vi era la fossa comune nella terrasanta della confraternita. Questo sistema, sappiamo bene, durò fino a quando Ferdinando I di Borbone con la legge del 17 marzo 1817, ordinò la costruzione di cimiteri alla periferia delle città del Regno. Comunque l’attività delle confraternite, in special modo verso i poveri, fu prolifica fino alla conclusione del secondo conflitto mondiale, dopodiché iniziarono ad apparire e a concretizzare la loro attività i primi servizi funebri. La conferma ci viene attestata nei registri cimiteriali di quell’epoca.

Nell’ Ottocento, intanto, per i più ricchi, iniziò la moda delle carrozze funebri trainate da cavalli. A Palermo, infatti, l’appalto per i trasporti funebri con carrozze a cavalli fu affidato, sul finire dell’Ottocento, a Gioacchino Provenzale a cui, nel 1923, subentrò il figlio Giovanni. Le carrozze impiegate a quell’epoca avevano strutture a colonnine tornite e capitelli che le facevano rassomigliare a templi greci: il classicismo si faceva sentire anche lì, come spiega lo scrittore Gaetano Basile. A Napoli i carri erano, normalmente, carrozze reali del ‘700, nate per le passeggiate dei monarchi e, in seguito, adattate a carri funebri. Nel 1907, a riguardo, in occasione della morte del giurista Emanuele Gianturco, fu predisposto dalla ditta Bellomunno (1820) di Napoli un carro funebre fatto di legni e cristalli pregiati e trainato da otto giganteschi cavalli neri, tenuti a freno da un imponente cocchiere in divisa di ambasciatore. Dalla ditta Bellomunno di Napoli – continua Basile – vennero acquistati dei carri funebri enormi: un trionfo di angeli, putti, festoni e ghirlande di un nero assoluto, interrotto soltanto dall’argento dei quattro grandi fanali ad acetilene.

Ad Ottaviano, in provincia di Napoli, agli inizi del Novecento, Michele e Giovanni Aprile – già’ proprietari di carrozze per il trasporto dei passeggeri – decisero di implementare l’attività con un’ impresa funebre. La famiglia Aprile, per l’occasione, adottò un carro funebre barocco denominato Alla povera mamma mia: un’opera antica, la più bella e maestosa realizzazione di sempre della scuola napoletana. La tradizione attribuisce la costruzione ai diversi maestri d’ascia, intagliatori e forgiatori napoletani. La verniciatura –  con stucchi e pitture speciali – fu applicata con l’uso di pannelli a spatola, che rifinirono nei minimi particolari gli intagli in noce nazionale nello stile e nei rilievi del tumulo in oro zecchino posto al suo interno. Il tutto riproducente fedelmente la tomba posta all’ingresso del cimitero monumentale di Napoli, disegnata dall’artista napoletano Giuseppe De Santis. In origine sembra che sia appartenuta alla nota ditta funebre Arciello, che l’adoperava in occasione di prestigiosi cortei funebri. La ditta Aprile, comunque, si specializzò nel trasporto funebre con carri ippotrainati, espletando la propria competente attività anche nei Comuni di Scisciano, San Vitaliano e Somma Vesuviana. Per i più piccoli, figli di benestanti, vi era il carro ad uovo.

Nel 1930, a Casola di Napoli, un piccolo centro ai piedi dei monti Lattari, Alfonso Cesarano fondò l’impresa di onoranze funebri che porta tuttora il suo nome. L’azienda, a conduzione familiare, si espanse nei comuni circostanti di Castellamare di Stabia, Lettere, Gragnano, Pimonte, Santa Maria La Carità, Scafati e Agerola.Tra Terzigno, Poggiomarino e San Giuseppe Vesuviano, intanto, fu fondata negli anni ’40 del Novecento la ditta Giovanni Savarese. La prima sede storica fu quella di Poggiomarino, dove era situata una scuderia con dieci cavalli morelli olandesi e un deposito per carrozze. A San Giuseppe Vesuviano, dopo l’autonomia da Ottaviano, infine, sorse la Ditta Miranda. Nell’occasione, va ricordato il carro – comunemente detto ‘o tira a otto – trainato da otto giganteschi cavalli morelli neri con pennacchi neri o bianchi, tenuti a freno dall’imponente cocchiere in livrea e tuba nera. Lo stesso carro utilizzato, secondo la tradizione, per i prestigiosi funerali di Totò nel 1967 a Napoli.

A Somma Vesuviana, intanto, iniziò a farsi strada il cocchiere Gaetano Raia con le sue carrozzelle, con cui riusciva a predisporre i piccoli funerali. Era l’epoca della miseria per tanti genitori che non riuscivano a predisporre le giuste esequie per i piccoli figli. Il tasso di mortalità infantile, a riguardo, era enorme. All’alba, l’arrivo della comune carrozzella di d. Gaetano Raia aumentava il tragico dolore. Il pianto nei rioni era sommesso. Dal calesse scendeva un uomo vestito tutto di nero, che, recando una piccola bara bianca, si avvicinava alla culla, dove giaceva il corpicino inerme del bambino. Le grida della madre erano disperate: nessuno doveva toccare la piccola. Poi vinceva quel poco di coraggio che era rimasto: la mamma prese la bimba con le proprie mani e l’adagiò delicatamente nella culla della morte (tautiello), coprendola con dei confetti e petali di fiori bianchi. Chiusa la bara, il trasportatore la depose al suo fianco, sul posto di guida del calesse. Gli ultimi confetti bianchi scricchiolavano sulla strada del rione.

ilmediano.com

Sportello psicologico operatori funebri .

Il lavoro degli operatori del comparto funebre risulta essere un tipo di professionalità sottoposta ad un elevato carico emotivo.

Federcofit, la Federazione del comparto funerario, ha deciso di istituire un servizio di supporto psicologico per tutti operatori del settore funebre indipendentemente della mansione ricoperta, configurando uno spazio di condivisione virtuale con i seguenti obiettivi:

  • Favorire la condivisione a livello emotivo di quanto vissuto durante l’esperienza lavorativa;
  • Identificare le aree di vulnerabilità personale che possono amplificarsi in ambito lavorativo;
  • Identificare e rafforzare le risorse personali dell’operatore;
  • Identificare precocemente e con maggior consapevolezza i segnali legati allo stress;
  • Fornire strumenti e tecniche per una migliore gestione dello stress;
  • Favorire una miglior competenza comunicativa e relazionale;
  • Identificare la possibile insorgenza di quadri psicopatologici e supportare l’operatore nella ricerca di un percorso terapeutico finalizzato.

Diverse sono le motivazioni che possono contribuire all’insorgenza di un significativo accumulo di stress: come primo fattore l’operatore si trova a dover affrontare per lavoro situazioni che lo mettono di fronte alla gestione estrema del dolore (sia quello proveniente dai clienti sia, di riflesso, quello legato alla propria emotività, facilmente innescata da situazioni lavorative che possono altresì fungere da fattore scatenante per lo sviluppo di possibili quadri psicopatologici).

Un altro fattore risulta essere il continuo contatto con tematiche che riguardano la perdita e la morte che, se non gestite adeguatamente e quando necessario anche con l’aiuto di uno specialista, possono condurre a forme di traumatizzazione vicaria.

Talvolta il rischio è quello dell’instaurarsi di un vero e proprio circolo vizioso a livello emotivo: la persona rischia di rimanere intrappolata in tali dinamiche e questo potrebbe comportare uno stato di demotivazione alla professione che può condurre fino al “burn-out”.

I segnali di allarme più comuni di tali situazioni possono essere stati di ansia, stanchezza e maggior affaticamento, oscillazioni nel tono dell’umore, apatia, isolamento sociale, scarso entusiasmo lavorativo, pensieri ricorrenti, flash back di immagini o scene viste durante il servizio, difficoltà di memoria e concentrazione, aggressività, rimuginino, incapacità di distinguere l’aspetto professionale da quello personale, incapacità di scacciare pensieri o preoccupazioni in ambito lavorativo anche durante il tempo libero.

Inevitabilmente questo quadro, se non riconosciuto e gestito attraverso un attento percorso di sostegno, va ad intaccare la qualità di vita percepita e la possibilità di conseguire propri obiettivi professionali e personali.

Condizioni di partecipazione:

L’azienda che intende aderire al progetto raccoglierà le manifestazioni di interesse da parte dei suoi dipendenti e metterà disposizione questo importante sostegno a chiunque ne avesse necessità.

Gli incontri avverranno tramite web e singolarmente tra terapeuta e operatore necroforo e saranno concordati, previo appuntamento, direttamente con il Dott. Luca Celotti. Saranno della durata di 30 minuti e verranno realizzati o dall’abitazione del diretto interessato o in un locale predisposto all’interno dell’azienda che abbia le necessarie condizioni di privacy.

Naturalmente partecipanti, contenuti ed eventuali evoluzioni saranno coperte da segreto professionale.

Per ogni ulteriore informazione e costi di adesione richiedi le condizioni di partecipazione direttamente a Federcofit.

Quando la dolce casa….può portarti in altri luoghi.

Uno dei luoghi dove passiamo molto tempo, può trasformarsi in una trappola mortale inaspettata, non c’è bisogno di avventurarsi in viaggi estremi, basta stare comodamente nel proprio salotto.

Alla fine basta una scivolata, o un phon difettoso per trovarsi in situazioni che talvolta possono essere irrimediabili, analizziamo le statistiche.

Con una percentuale del 19,7%, le donne che trascorrono più tempo in casa risultano essere anche i soggetti più esposti a infortuni di stampo domestico.

Non di meno, meritano una menzione anche gli incidenti maschili, che sono in aumento proporzionalmente al riequilibrio – ancora lontano dall’essere pieno – delle condizioni tra i generi. Incappano in cadute o lesioni di altro tipo l’8,4% degli uomini non occupati e il 5,4% dei lavoratori. Le percentuali, poi, si alzano vertiginosamente con il crescere dell’età: il 24,9% delle donne over 65 e l’11,3% dei loro coetanei maschi rimangono vittime di sviste e imprevisti nell’abitazione.

I luoghi più a rischio di infortunio

Quali sono i luoghi definiti più a rischio di infortunio? Al primo posto c’è la cucina, fulcro di casa che malauguratamente vede avvenire il 63% degli incidenti. Con un certo distacco troviamo la camera da letto, che tiene in serbo il 10% di possibilità di farsi male, seguita dal soggiorno (con il 9%) e dalle scale,  dove gli incidenti avvengono nell’8% dei casi. A pari merito con la stanza da bagno, che minaccia l’incolumità della medesima media percentuale di persone. Qui, infatti, cadute su sanitari o superfici scivolose sono, purtroppo, quasi all’ordine del giorno. 

Le lesioni più frequenti

Gli infortuni domestici più frequenti sono, per fortuna, rimediabili: nel 36% dei casi provocano una frattura, che si rivela l’incidente più comune. In seconda posizione troviamo le ustioni che ogni anno interessano in media il 18,5% degli italiani. Queste derivano dalla disattenzione nell’uso di pentole, ferro da stiro, fornelli, acqua o olio bollente.

Leggermente inferiori risultano essere le ferite da taglio, provocate da coltelli o altri oggetti taglienti di uso domestico: si fermano al 15% ma danno luogo a 90mila incidenti l’anno, mentre urti e schiacciamenti avvengono con una percentuale pari al 13%.
A uscirne peggio, in questa classifica degli incidenti più frequenti in casa, sono gli arti – sia superiori che inferiori – che vincono il titolo di parte del corpo maggiormente lesionata, nell’81,2% dei casi, con danni più o meno seri a braccia, gambe, mani e piedi.

Seguono poi, con una percentuale di incidenti pari all’11,8%, i danni che colpiscono la testa, i quali fortunatamente si presentano con minore frequenza tra le mura domestiche. 

Incidenti domestici nei bambini

Altre due tipologie di incidenti in casa interessano per lo più i bambini e sono l’avvelenamento e l’ingestione di oggetti. Il rischio che un piccolo beva sostanze velenose si alza quando detersivi, insetticidi e prodotti per il giardinaggio vengono lasciati incustoditi o a portata di bambino o, ancora, travasati in bottiglie anonime.

Similare è il caso dell’ingestione di oggetti reperibili nell’ambiente domestico che il bambino, fuori dalla portata visiva della mamma, inserisce nel cavo orale, nasale o auricolare. Anche in questi casi l’attenzione e la prevenzione sono gli strumenti che possono evitare spiacevoli avvenimenti e non finire in altri luoghi.

Taffo e la strategia di comunicazione.

Nel panorama quasi sonnolento italiano una dell’ eccezioni di comunicazione espressamente provocatoria ed irriverente non può che essere Taffo. Forse non sempre gradito ,e spesso volutamente di parte, sicuramente Taffo conquista il primo posto sul podio . Un caso eccezionale : in un contesto come quello italiano, che non vanta nell’ambito funebre evidenti innovazioni, sia nella comunicazione commerciale, sia nelle proposte dell’arte funebre. E voi cosa ne pensate?

Infinite Graveyard, il videogioco che genera cimiteri

Infinite Graveyard di Mikhail Maksimov è un video di 666 minuti (circa 11 ore) in cui una telecamera, un osservatore misterioso, vola sopra un cimitero digitale e infinito in mezzo a una foresta russa. Notte e dì si alternano, scende la neve, chiese abbandonate nel bosco, dove è difficile capire come possano essere raggiunte (attraverso quali strade?), diffondono attraverso altoparlanti le voci di filosofi russi, come gli altoparlanti delle chiese ortodosse diffondono invece le liturgie.
Le 11 ore di video sono una registrazione di un generatore procedurale (guidato cioè da un algoritmo) realizzato da Maksimov. Quello che vediamo nel video è quindi uno dei possibili risultati generati dal software, che richiama esplicitamente, anche nella sua distribuzione (su itch.io, una piattaforma nata per la distribuzione digitale di videogiochi), l’immaginario videoludico. Maksimov la definisce, sul suo sito, “game art”.

LA TRAMA DI THE GRAVEYARD

Come molti altri luoghi virtuali, i cimiteri dei videogiochi sono rappresentazioni che ci ricordano la loro funzione nel mondo reale ma che non hanno una funzione comparabile nel mondo del videogioco. Sono spesso elementi orrorifici, sono i luoghi da cui emergono scheletri e zombie. Nel 2008, un cimitero è stato protagonista di The Graveyard, realizzato dal duo Tale of Tales. In The Graveyard, che ha avuto un’enorme influenza nel settore, interpretiamo un’anziana signora che attraversa il sentiero principale di un cimitero per poi sedersi su una panchina, riposarsi, alzarsi e uscire. Quando ci sediamo sulla panchina ascoltiamo una canzone, e, nella versione a pagamento del gioco (disponibile altrimenti in maniera gratuita), a volte quando proviamo a rialzarci scopriamo che la protagonista è intanto morta.

“Come molti altri luoghi virtuali, i cimiteri dei videogiochi sono rappresentazioni che ci ricordano la loro funzione nel mondo reale ma che non hanno una funzione comparabile nel mondo del videogioco”.

È forse esagerato dire che la morte nel videogioco arriva con la nascita del videogioco stesso, ma la morte è stata quasi subito un importante elemento nella storia del medium: i videogiochi per cabinati, nelle sale giochi, usavano la morte come strumento per la loro monetizzazione. La morte del personaggio comportava l’inserimento di un’ulteriore monetina nel cabinato, e quindi quei videogiochi erano sostanzialmente software pensati per uccidere personaggi digitali nel modo più efficiente possibile per portare maggiori incassi alle compagnie. Le meccaniche del videogioco dovevano mantenere l’interesse di chi gioca attraverso questi fallimenti e queste morti fittizie, e da qui nasce (tra le altre cose) l’abitudine dei videogiochi di darci continui feedback positivi (con conseguenti scariche di dopamina) per spingerci a continuare a giocare. Ma in The Graveyard la morte, ciò che prima pagavamo per evitare, viene rovesciata in un elemento aggiuntivo disponibile solo a pagamento.

IL VALORE DEL FALLIMENTO

Negli ultimi anni, la queer theory ha fornito alla critica videoludica nuovi strumenti per riscoprire e rivalutare il valore del fallimento (e quindi della morte) nel videogioco. Bonnie Ruberg, nel suo libro Video Games Have Always Been Queer e nei suoi articoli No Fun: The Queer Potential of Video Games that Annoy, Anger, Disappoint, Sadden, and Hurt e Playing to Lose: The Queer Art of Failing at Video Games, racconta il fallimento nel videogioco, e in generale l’assenza di quelli che considereremmo momenti divertenti, come ricerca di esperienze fuori dalle regole eteronormative. Infinite Graveyard rilegge invece uno strumento che normalmente colleghiamo alla nascita, alla vita, cioè la capacità del software di generare spazi infiniti grazie ai suoi algoritmi. In un certo senso, ciò che vediamo sullo schermo è morto: il processo di generazione è avvenuto altrove ed è concluso, e il suo risultato è ora visibile in uno stato fisso e finito simile alla morte.

Fonte: artribune.com

Stecchiti e censiti.

Stecchiti & censiti: l’enciclopedia illustrata di tutti i modi in cui si passa a miglior vita (The Portable Obituary: How the Famous, Rich, and Powerful Really Died) è un saggio pubblicato da Michael Largo nel 2007.

In questo testo, utilizzando uno stile ironico, lo scrittore statunitense elenca in rigoroso ordine alfabetico più di 450 voci relative alle possibili cause di morte che possono colpire gli esseri umani (si va dall’affogare nella melassa alle malattie sessualmente trasmissibili, dalle montagne russe alla combustione spontanea). Il tutto è integrato da episodi di morte documentati e da 400 fotografie.
Il libro è alquanto curioso. Siamo davanti, infatti, a una vera e propria enciclopedia illustrata contenente tutti i modi in cui si passa a miglior vita. Un lavoro immenso, che ha occupato l’autore per ben 10 anni nella documentazione di tutte le cause di morte dell’età contemporanea.

Dopo una breve introduzione, in cui si riflette sulla morte nella contemporaneità, si passano in rassegna le cause di morte in ordine alfabetico. È davvero sorprendente come moltissime cose che compiamo quotidianamente e, spesso, senza nessun pensiero, possono essere cause di morte.
Ogni voce è accompagnata da foto o illustrazioni, dalla descrizione della vicenda che ha portato alla morte dell’individuo e dal numero di decessi registrati.

Come ci suggerisce l’autore, che nel Settecento le cause di morte erano meno di 100, mentre oggi se ne registrano molte di più. L’evoluzione tecnologica e la nuova società contemporanea, infatti, nonostante abbiano indubbiamente migliorato molti aspetti della vita, hanno anche introdotto nuovi modi di morire.
Il testo, nonostante la sua ironia, ci offre dati accuratamente documentati sui modi di morire della storia passata e contemporanea.
Non soltanto cause di morte.
All’interno della pubblicazione di Michael Largo, nella parte finale, ci sono descritti anche usi e costumi legati alla cultura funebre e una raccolta di epitaffi.
Lo sguardo dell’autore sulla morte sembra così a 360 gradi, non parlando esclusivamente dei modi in cui si può morire, ma anche dell’impatto che queste morti hanno avuto con la società.Il lettore è guidato a scoprire i modi più strani e impensabili che possono causare la morte degli individui, dimostrando come la morte è una presenza costante nelle nostre esistenze e che può avvenire anche per cause apparentemente innocue.

Fonti: wikipedia.it – parliamodimorte.fustikale.com

The World at War in 2022

May 8, 2021 marked 76 years since the end of the Second World War in Europe – VE Day. While the conflict which claimed millions of lives on European soil is firmly committed to the annals of history, conflict in the East of the continent is still a harsh reality in the present day. Even before the recently increased risk of a Russian invasion, the Ukrainian crisis, ravaging the Donbass region of the country, had amassed a death toll above the 13 thousand mark.

As data collection by the Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED) shows, a substantial portion of the globe is still engulfed in some form of conflict. This infographic shows countries in which there have been reports of armed clashes involving state forces and/or rebel groups in 2022. Even as early as February 4, and using this simplified definition, the presence of war across the world is extensive.

Unlike the situations in Donbass and Syria, for example, not all conflicts fit the picture we may have in our minds when thinking of war. In Mexico in 2021 for example, ACLED recorded 6 armed clashes involving state forces. Each one though was a battle between different law enforcement entities – providing a snapshot of the ongoing fight against police corruption and the deep-seated influence of organized crime. So far for 2022, no such incidents have been recorded in the country.

by Martin Armstrong, statista.com

Feb 14, 2022

A quaite Life.

Maybe this time,
Maybe this time I’ll outwit my past
I’ll throw away the numbers, the keys
And all the cards
Maybe I can carve out a living in the cold
At the outskirts of some city
I extinguish all my recent pasts
Become another man again

And have a quiet life

A quiet life for me
A quiet life
A quiet life for me
A quiet life for someone
An acquired life for me

I lost, I ran
I started once a new
In northern grey, in drizzling rain
In salted slush and bitter hail
But the order as always merciless
It wants to see me fail
So the hunter is now the hunted
Past voices call my name
I renounce my past to live again

A quiet life
A quiet life

A quiet life for me
A quiet life for someone

An acquired life for me

I thought I have been given
Another chance again
But heaven lies as usual
I repented but in vain
It tries to cheat me out of my good aim
Take away what I never really got

My quiet life

No quiet life for me
No quiet life
No quiet life
No quiet life for me
A quiet life for someone
No quiet life for me

Even if I have to straighten
There is a life for me
A qiuet life
A quiet life for me
(A quiet life…)

By T. Teardo & B. Bargeld

La morte ti fa bella.

1978,Helen Sharp, un’aspirante scrittrice, presenta al suo fidanzato Ernest Menville una sua ex-compagna di classe, Madeline Ashton. Madeline è un’attrice di scarsa fama, assetata di gloria e che detesta Helen; per rovinarle la vita seduce Ernest e lo sposa. Helen ne rimane sconvolta e perde la voglia di vivere, tanto da divenire una gattara obesa, che guarda ossessivamente una scena di un film in cui Madeline viene strangolata. Ricoverata in un manicomio non riesce ancora a riprendersi, salvo poi avere una illuminazione in seguito ad una frase di una dottoressa.

1992: la brillante carriera da chirurgo di Ernest si sfascia a causa del suo alcolismo, così come il matrimonio con Madeline. Costretto ad abbandonare la chirurgia, l’uomo lavora truccando e rendendo presentabili i cadaveri dei vip.

Quando Madeline riceve un invito alla presentazione del libro di Helen, aspettandosi di vederla ancora grassa e cadente, decide di apparire al meglio possibile per farla sfigurare ancora di più. Si reca quindi al suo centro estetico ma si vede rifiutata la possibilità dell’ennesimo trattamento estremo a cui ricorre sempre più spesso per mantenere l’aspetto seducente di un tempo. Il direttore del centro le fornisce un biglietto da visita per una clinica privata, ma Madeline, convinta che la stia prendendo in giro, lo getta via.

La diva va al ricevimento e trova Helen magra, elegante ed in perfetta forma, ancora giovane e sensuale. Madeline quindi spia la donna mentre parla in privato con Ernest e vede che anche il marito ne è rimasto incantato. Dopo essere stata scaricata dal proprio giovane amante, Madeline ha un crollo e si dirige verso l’indirizzo datole dal direttore del suo centro estetico. La donna conosce Lisle von Rhoman, una strana giovane dalla bellezza divina, che le fa scoprire l’esistenza di un elisir di lunga vita che ridona bellezza, giovinezza e vita eterna. Lisle le rivela di avere bevuto l’elisir anni prima divenendo immortale e di avere compiuto da poco settantuno anni. Il prezzo è spropositato, ma dopo averne provato una sola goccia su una mano, che ringiovanisce all’istante facendo scomparire rughe e macchie, decide di comprare subito l’intera fialetta e dopo averlo bevuto tutto ringiovanisce di 30 anni. Lisle, tuttavia, l’avverte che ora che è divenuta immortale come lei ed altri, potrà continuare la sua carriera per altri dieci anni al massimo, ma che poi dovrà sparire dalla circolazione prima che la gente inizi a sospettare qualcosa, consigliandole di inscenare una sua finta morte, per potersi così unire alla congrega. Lisle l’avverte anche di fare molta attenzione col suo nuovo corpo e di trattarlo bene perché i danni e le ferite non guariranno più come prima.

Intanto Helen, per vendicarsi della sua rivale, istiga e organizza con Ernest un uxoricidio, secondo uno schema preciso che porterebbe alla morte di Madeline senza alcun sospetto da parte delle autorità. Ernest invece, in uno scatto d’ira, spinge la moglie dalle scale, per scoprire con sgomento che Madeline non sia morta nonostante il collo fratturato. Dopo aver consultato un dottore che muore d’infarto dopo essersi reso conto che la donna non è più in vita, Ernest si convince che Madeline sia stata miracolata, e decide di riportala a casa per sistemare il suo aspetto cadaverico col trucco.

Accorre Helen, e Madeline spara con un fucile alla donna, ma questa non muore e si rialza con un buco nello stomaco. Si scopre che anche Helen prese l’elisir da Lisle; dopo un violento duello a colpi di badile le due si danno tregua e convincono Ernest a renderle più umane con vernice color carne. Le due si rendono conto che ormai avranno per sempre bisogno dell’abilità di Ernest nel rimettere a posto il loro corpo, quindi decidono far bere anche a lui l’elisir: lo rapiscono e lo consegnano a Lisle.

In quella serata, annualmente, la donna organizza un ricevimento al quale partecipano anche alcuni famosi divi creduti morti. Nel mentre Lisle cerca di convincere Ernest a bere l’elisir e, sebbene all’inizio ne rimanga affascinato, rifiuta di assumerlo, considerando la vita eterna e l’eterna giovinezza come una maledizione (celebre la domanda: «E poi? E se mi annoio?», a cui nemmeno Lisle sa rispondere). Sebbene inseguito dai tirapiedi di Lisle, Ernest riesce a scappare dal castello. Helen e Madeline provano a cercarlo, ma di Ernest non c’è traccia e, non potendo entrare nella congrega, devono aiutarsi l’una con l’altra per riuscire a tenere insieme il corpo ormai sfasciato.

2029: Ernest si è ricreato una vita con un’altra donna e ha avuto sei figli naturali e ne ha adottati altri da tutto il mondo; ora è morto e al suo funerale ci sono, nascoste, anche Madeline e Helen, ridotte a due cadaveri ambulanti dall’aspetto orribile. Il sacerdote, dopo aver raccontato alcuni aneddoti sulla vita di Ernest, tra cui la favola degli “zombie di Hollywood” è sul punto di rivelare quale sia il vero elisir di lunga vita. Tale notizia fa bloccare Madeline e Helen che se ne stavano per andare, ma rimangono deluse quando il sacerdote rivela che l’elisir in realtà sono i figli e la famiglia, attraverso cui il ricordo di una persona può vivere a lungo. Le due donne se ne vanno battibeccando vicino alle scale, cadendo e riducendosi in frantumi, e tuttavia vive, a causa dell’elisir. Fonte Wikipedia.

La morte ti fa bella (Death Becomes Her) è un film del 1992 diretto da Robert Zemeckis, sicuramente un cast d’eccezione per l’anno in cui fu girato. Black humor e fantasy per 99 minuti di spensieratezza.

Fusione Funecap-Altair funeral: nasce il primo gruppo pan-europeo nel settore funebre

Funecap Groupe e Altair Funeral sono lieti di annunciare la finalizzazione della loro partnership. L’unione delle due Società condotte dagli imprenditori Xavier Thoumieux e Thierry Gisserot in Francia e Paolo Zanghieri in Italia segna la creazione del primo Gruppo pan-europeo nel settore dei servizi e delle infrastrutture funebri guidato dai tre imprenditori con il sostegno di Latour Capital e Charterhouse Capital Partners. 

Funecap Groupe è presente in Francia e in Belgio con oltre 50 impianti crematori, 300 case funerarie, 700 agenzie funebri e una posizione di leadership nel settore delle assicurazioni funebri.
Altair Funeral è il leader italiano nella gestione di crematori e cimiteri con oltre 35 siti.
Il Gruppo appena creato ha un fatturato di 450 milioni di € e serve oltre 300 mila famiglie all’anno. 

Il Gruppo continuerà ad operare animato dal forte spirito imprenditoriale e dalla visione a lungo termine che i tre fondatori condividono. L’obiettivo è quello di continuare a crescere in tutta Europa, riunendo in un progetto operativo e di investimento di capitali gli imprenditori locali più dinamici nel mercato funebre per fornire i più alti standard di servizio e le migliori infrastrutture alle famiglie.

Il gruppo mira a gestire più di 500 infrastrutture funerarie di alta qualità in tutta Europa entro la fine dell’anno, tra cui di gran lunga il più grande portafoglio di crematori.
Fedele ai suoi valori, il Gruppo continuerà a innovare nel settore dei servizi funebri per rispondere ai bisogni in evoluzione delle famiglie, investirà massicciamente per fornire infrastrutture altamente qualitative nell’ambito degli impianti crematori e delle case funerarie, e anticiperà le tendenze future attraverso lo sviluppo dei servizi digitali e la diffusione delle assicurazioni funebri.

Funecap Groupe è stata assistita da Freshfields, Mayer Brown, New Deal Advisors, Simone Toricelli. Altair Funeral è stata assistita da Houlihan Lokey e Biscozzi Nobili Associated.

fonte Hermes funeraria.eu