È uscito da poche settimane il volume a cura del Prof. Asher Colombo, docente di Sociologia all’Università di Bologna, dal titolo Morire all’italiana – pratiche, riti, credenze (Bologna, Il Mulino 2022).
Si tratta del primo studio condotto in Italia sulla morte da un punto di vista sociologico, in cui l’esperienza individuale viene inserita nel contesto più ampio della collettività per delineare un quadro di pensiero e di comportamenti propri del nostro Paese, che potremo definire “cultura funebre italiana”.
L’argomento morte e tutti gli aspetti ad essa correlati stanno riscuotendo in questi ultimi decenni un certo interesse da parte degli studiosi dopo che per molto tempo sono stati incredibilmente ignorati. Si può dire che nelle società occidentali, accomunate da un certo grado di benessere economico, la morte sia stata volutamente negata. Parlarne era, e lo è tuttora nella maggior parte dei casi, giudicato sconveniente o quanto meno imbarazzante. Succede a tutti i livelli: la si nasconde al malato, si ha timore, se non terrore, a trovarsi al cospetto di un cadavere, ci si tiene per quanto possibile lontani da situazioni e dai luoghi dove la sofferenza e la morte sono, per così dire, “di casa”. Coloro che subiscono un evento luttuoso lo vivono per lo più in maniera privata all’interno di una ristretta cerchia di familiari e di amici intimi, cercando di tornare alla routine quotidiana il prima possibile. Persino il lessico si è ingentilito coniando tutta una serie di termini che indicano la morte senza mai citarla direttamente, come scomparsa, passaggio, addio, fine vita, ultimo viaggio…
Se fino a qualche tempo fa la morte era accettata e considerata parte stessa del quotidiano e l’intera comunità partecipava in maniera sia emotiva che pratica al decesso di uno dei suoi membri, ora è evidente come le cose siano profondamente mutate. Le persone sempre più frequentemente muoiono in ospedale o nelle case di cura, spesso sole, e anche la veglia del defunto non si tiene più nelle case riducendosi ad una breve visita all’obitorio o alle sale del commiato. Ed è proprio il luogo in cui avviene il decesso ad aver probabilmente segnato uno step determinante in questo processo di negazione a cui hanno fatto seguito una serie di corollari e di pratiche che si sono via via sempre più allontanate da una tradizione consolidata.
È in questo contesto di distacco psicologico e sociale dalla morte che nasce un rinnovato interesse da parte della comunità scientifica a studiarne gli effetti e i comportamenti che coinvolgono il singolo individuo come pure la collettività. Il libro Morire all’Italiana riporta e illustra i dati raccolti in una serie di interviste mirate condotte con grande accuratezza da un selezionato gruppo di ricercatori appartenenti a sei diverse università italiane (Bologna, Bergamo, Milano, Napoli, Torino e Urbino). L’indagine si è articolata in due fasi distinte ma complementari: la compilazione di un questionario con domande standardizzate e un pacchetto di interviste vere e proprie che, pur suggerendo una serie di punti ben precisi, hanno lasciato ampio margine all’intervistato di raccontare le proprie esperienze.
Da questa scrupolosa ricerca scaturisce un quadro omogeneo nel suo insieme, ma allo stesso tempo frazionato laddove vengono valutate le diverse componenti (età, area di residenza, grado di istruzione ecc.) I vari capitoli di questo volume illustrano i risultati dei punti che sono stati oggetto di indagine.
Asher Colombo commenta brevemente i risultati dell’importante ricerca: «Complessivamente emergono tanti aspetti interessanti. Si tratta di un quadro unitario con tendenze generali che vanno però declinate a seconda del contesto territoriale, generazionale e religioso, che fanno una grande differenza. Direi che il dato che emerge maggiormente è l’influenza della religiosità sulla cultura funebre. In Italia questa influenza è molto forte: il 95% dei funerali viene celebrato con rito religioso, anche per quelle persone che in vita si dichiaravano agnostiche o atee».
Morire all’italiana. Pratiche, riti, credenze” (Il Mulino 2022).
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