La figura dello iettatore appare figlia dell’Illuminismo napoletano ed emerge per la prima volta nel 1787 in un libello del giurista Nicola Valletta, intitolato Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura, che rappresenta il primo saggio sull’argomento.[10] Valletta inaugura un lungo filone di trattati: nel XIX secolo se ne trovano infatti ad opera di Marugj (Capricci sulla jettatura, 1815), Schioppa (Antidoto al fascino detto volgarmente jettatura, 1830), Pitrè (La jettatura e il malocchio in Sicilia, 1884) e altri.[6][11]
Nota Benedetto Croce che prima della Cicalata non si trova alcuna traccia della iettatura nella letteratura sulle credenze magiche. Ciò lascerebbe supporre che la credenza non esistesse affatto, se non fosse che il Valletta, citando anche un poemetto di Cataldo Carducci, ne parla come di un fenomeno antico che ha soltanto cambiato nome. Del resto, lo iettatore si può ritenere una sorta di forma moderna, svincolata dalla magia, dello spargitore intenzionale di malocchio.
La credenza nella iettatura si diffuse tra le classi agiate, mentre quella nella magia restava confinata nelle campagne. Questa tendenza è stata ricostruita come «magismo secondario», «ascesa del folklore», e sarebbe dovuta alla delusione della speranza che scienza e tecnologia potessero rimediare all’insicurezza dell’uomo, mentre ne determinano piuttosto l’aggravamento (Lanternari).[V’è chi, considerando la diffusione della credenza nella iettatura tra le classi colte, che tuttavia vi guardavano tra il serio e il faceto, parla di «compromesso fra l’antico fascino stregonesco […] e i temi del razionalismo settecentesco» (De Martino).[Sulla stessa linea altri parlano di nascita, con il concetto di iettatura, di un «terzo stato» intermedio tra scienza e magia, di un «sottoprodotto irrazionale» tipico di ogni epoca positivista, come lo fu anche la letteratura fantastica
Gli illuministi napoletani assistettero a una vera proliferazione di iettatori – cioè alla diffusione della credenza –e tentarono di spiegare razionalmente il fenomeno, ad esempio in termini di mesmerismo e in riferimento a una supposta trasmissione di influssi magnetici.[19] Il medico Giovanni Leonardo Marugj interpreta il potere dello iettatore come una forza fisica esercitata da minute particelle che emanerebbero dal corpo del portatore di sventura e investirebbero le cose e le persone circostanti. Non si trattava di un’idea nuova, ma che si innestava su una lunga tradizione filosofica che fin dal medioevo attribuiva agli occhi la capacità di irradiare amore e odio (affascinare), ai corpi la facoltà di spargere vapori o effluvi di natura positiva e negativa.
V’è sempre negli ambienti colti napoletani un sottofondo d’ironia verso la credenza, che gli autori dei trattati sul tema rendono anzi esplicito a premessa delle loro opere. L’intento scherzoso da loro dichiarato spinge Croce a sottovalutare la serietà dei vari saggi, mentre per altri esso è solo finzione letteraria, utile piuttosto a legittimare la trattazione di un fatto irrazionale nel quale gli autori continuano a credere. Tale atteggiamento ambivalente dei napoletani è stato descritto come «combinazione colta di scetticismo e credulità, di paura reale e di enfasi scherzosa, di coscienziosa esecuzione del rituale protettivo e di comica ambiguità nella mimica e nella espressione del volto».
Gli sforzi degli illuministi potrebbero spiegarsi come tentativi di dissolvere una zona d’ombra, razionalizzandola, in coerenza con la fiducia nella ragione umana, ma non mancano compiute ricostruzioni delle cause per cui proprio a Napoli sorse una teoria della iettatura, che per alcuni dipese da una maggiore arretratezza dell’illuminismo napoletano (De Martino), per altri dall’isolamento della capitale, incapace di trasmettere il razionalismo dei lumi al resto del regno (De Rosa), per altri ancora, semplicemente, dall’adozione di un «diverso modello di razionalità» che pure nel Settecento alimentò altre «scienze popolari di matrice empirico-divinatoria» (Ferrone).
fonte wikipedia

